Si è tenuto stamane, 15 Luglio 2020, presso il Chiostro della Ghiara di Reggio, il consiglio generale della Cisl Emilia Centrale con tema “Emergenza Covid19: Ripartire dal territorio e dalle persone”.


William Ballotta, segretario generale Cisl Emilia Centrale ha affermato: “Stiamo vivendo un tempo straordinario, nella sua drammaticità, dove tutti i corpi sociali sono chiamati a fare la loro parte. Reggio Emilia e Modena, infatti, sono alle prese con una contrazione dell’economia senza precedenti se non in periodi di guerra. Le stime ci dicono che la metà delle famiglie reggiane e modenesi vedrà diminuire il proprio reddito e in autunno potrebbe esserci l’impennata della disoccupazione, non solo giovanile”.
“Un contesto nel quale – aggiunge Ballotta citando le rilevazioni Ocse – una persona due quest’anno dovrà stringere la cinghia perché perderà un pezzo di benessere, che sia uno stipendio o l’incasso di fatture. Per questo, pubblico e privato assieme, dovremo farci trovare preparati sui fronti del lavoro con parole chiave che per noi, sono: persone, innovazione, connettività, investimenti, export, smart working, welfare, formazione, tutela delle fasce più deboli”.
Al consiglio generale partecipato dai segretari delle categorie Cisl sono intervenuti Luca Vecchi, sindaco di Reggio Emilia, Filippo Pieri, segretario generale Cisl Emilia Romagna. Don Alessandro Ravazzini, rettore del seminario vescovile.

Hanno risposto anche a queste domande.

L’emergenza e il lockdown dovuti al Coronavirus hanno ridisegnato la mappa dell’economia reggiana:-9,9% le esportazioni, -11,3% la produzione, -7,9% nelle costruzioni, -8,1% le vendite, il 43% delle imprese è ricorso a Cassa integrazione o ad ammortizzatori sociali, il 5% ha già ridotto l’organico. Sul fronte del lavoro, in questo contesto post bellico, Reggio Emilia su quali leve deve agire?


Luca Vecchi, sindaco: “Reggio entrerà in una fase certamente molto difficile, a seguito di un fermo dell’economia mondiale che non ha precedenti nella storia. Dovremo apprendere dalla crisi decennale del 2008 da cui uscimmo con un sistema economico in gran parte trasformato e maggiormente orientato alla ricerca, all’innovazione e all’esportazione…
Cito tre cose fondamentali che dovremmo fare nei prossimi mesi e nei prossimi anni: la prima è una strategia di protezione di quei segmenti del lavoro che verranno pesantemente colpiti dalla crisi ed è una strategia che non può condurre certo da solo un ente locale. Ha bisogno di una forte iniezioni di risorse della Regione dello Stato. Penso al sistema degli ammortizzatori sociali, al sostegno delle persone in condizioni di fragilità sociale in conseguenza alla perdita di molti posti lavoro. La seconda è che serve una strategia potente di investimenti pubblici. A Reggio abbiamo in questo momento una programmazione importante di almeno 500 milioni di euro di investimenti tra i principali investimenti pubblici e quelli privati, ma credo si debba si possa fare ancora di più e la terza linea è quella che dicevo poc’anzi: cioè un costante investimento su formazione educazione conoscenza ricerca innovazione e ancora più spiccata proiezione sui mercati internazionali”.

Filippo Pieri, segretario generale Cisl Emilia Romagna: “In regione e in particolar modo a Reggio Emilia la situazione economica è preoccupante. Proprio le realtà economico produttive che negli anni precedenti si sono dimostrate le più dinamiche e hanno avuto migliori performance, magari legate all’export, sono quelle che ora pagano il costo maggiore. Infatti, questa è una crisi mondiale che ha fermato l’economia globale e, in particolar modo, le economie incentrate sul manifatturiero che pagano il prezzo più alto. Ma per questi stessi motivi già dal prossimo anno qui il rimbalzo potrà essere maggiore e quindi avere una prospettiva migliore”.

Presentato in questi giorni un grande progetto a servizio della stazione Mediopadana, da 20 milioni di euro a beneficio di 1,5 milioni di passeggeri. Possono questi numeri creare occasione di lavoro? Se sì come?

Luca Vecchi: “La stazione ad alta velocità Mediopadana è il simbolo di una città che prova lasciarsi alle spalle anche retaggi di provincialismo e accetta fino in fondo la sfida di essere una città media di rango europeo. All’inaugurazione giungevano 12 treni oggi ce ne sono 75, dopo un anno c’erano 1000 passeggeri dopo sette anni ce ne sono 4100. E’ una storia di successo che ha accompagnato la trasformazione e la sfida nella contemporaneità della città. Oggi è un grande Hub infrastrutturale da 1.400.000 passeggeri l’anno e grazie al posizionamento baricentrico della stazione nell’ambito medio padana su Reggio Emilia sono arrivate nuove aziende, nuove imprese certamente non reggiane in alcuni casi anche straniere. L’accordo presentato lunedì è innanzitutto uno straordinario accordo tra due importanti istituzioni il Comune e RFI e sblocca complessivamente oltre 10 milioni di euro, 5 milioni investiti dall’amministrazione, quasi 6 milioni di euro investiti da RFI peraltro in capitoli in cui queste risorse erano accantonati da quasi vent’anni e quindi questo dimostra anche del lavoro impegnativo e complesso che si è reso necessario in questi mesi per sbloccare risorse già stanziate da così tanto tempo. In secondo luogo è anche un importante accordo pubblico privato tra il Comune da una parte e una cordata di autorevoli imprenditori reggiani che hanno scelto di investire sull’alta velocità sulla stazione e conseguentemente hanno scelto di investire sulla città. Credo anche che questa sia la dimostrazione che il Governo, le Ferrovie italiane la Regione tutti credono nella centralità della stazione di Reggio Emilia nel sistema dell’alta velocità italiana.
Abbiamo però bisogno di superare forse a volte anche antichi. La stazione di Reggio io credo – e lo dico sinceramente – è anche la stazione di Modena e di Parma e di parti importanti di Bologna, di Cremona, di Mantova, fino anche a Verona e a Piacenza. Città medie – a volte anche città piccole – che prese singolarmente non sono nella condizione di poter competere a livello globale e ora devono cooperare con le loro storiche competenze distintive, dai motori alla cultura, dal food al educazione, dai beni comuni ai servizi alla persona, dalle infrastrutture all’ambiente. Se saremo capaci di mettere a sistema le nostre competenze distintive allora potremo essere attrattivi su scala internazionale per investimenti, lavoro, sapere, conoscenza, cultura e vincere una sfida in campo internazionale, in funzione di una crescita della qualità della vita in ambito locale”.

Filippo Pieri: “La Cisl ritiene le infrastrutture fondamentali, la vostra stazione ne è un esempio. Già da prima del Covid, avevamo richiesto un grande piano di investimenti nazionale e regionale su infrastrutture materiali e immateriali. Proprio durante il lockdown ci siamo resi conto di quanto la banda larga sia essenziale per garantire la connettività di aziende e istituzioni. Però siamo in grande ritardo: chiediamo quindi che si possano velocizzare le aperture dei cantieri, senza perdere di vista le garanzie quali legalità e contratto dei lavoratori. Il decreto sulla semplificazione emanato dal governo ci preoccupa: non fa chiarezza rispetto a questi ambiti. E’ però importante che mobilitiamo questi 130 miliardi di euro per rendere cantierabili queste opere”.

Il vescovo Massimo Camisasca ad aprile rivolse un appello ad enti, associazioni, aziende e fedeli per “concentrare ogni sforzo sul lavoro e non sull’assistenzialismo”. Dal vostro osservatorio 3 mesi dopo la situazione come è mutata?

Luca Vecchi: “Fin qui possiamo dire che i risultati e i successi ottenuti pure nell’ambito di un periodo difficilissimo e doloroso, del tutto inedito, sono dovuti alla capacità di aver interpretato un grande senso di comunità, di collaborazione. Una capacitò che è partita innanzitutto dal mondo della sanità, attraversando il mondo del volontariato, il protagonismo civico del lavoro, dell’economia, dell’impresa e che ha visto in prima linea le istituzioni. Per cui io sono molto fiducioso della nostra capacità di uscire definitivamente da questo inedito e complicato frangente storico. Ho condiviso tante delle osservazioni che ho fatto il vescovo: aggiungo che noi abbiamo bisogno da un lato di uno spirito di ricostruzione e lo spirito di ricostruzione è uno spirito che assume la cultura del cambiamento e la propensione all’innovazione come mood dominante, senza il quale rimanendo fermi rischieremmo di essere travolti. Questo spirito deve interessare tutto il lavoro sul welfare, sulla sanità, sulla cultura, sugli ambiti delle politiche pubbliche in cui il coinvolgimento delle persone è fondamentale. Dall’altro lato credo che dobbiamo sostenere come sistema pubblico gli investimenti pubblici, quelli autonomamente generati dal Comune, dalla Provincia, della Regione, dalla sanità, dalle grandi stazioni appaltanti pubbliche e anche quelli frutto di accordi come l’altro giorno all’Alta velocità, come le Reggiane e come all’Università. Frutto di accordi tra il pubblico e il privato.
Per fare questo però mi auguro e confido sul fatto che il Governo possa mantenere gli impegni assunti: trasferire le risorse necessarie ai Comuni tutti perché possano nel 2020 mettere in sicurezza i rispettivi bilanci e possano essere nella condizione di sostenere tanto le politiche sui servizi, quanto le politiche sugli investimenti. Se ciò non accadrà io credo che in autunno noi avremo un nuovo grande problema e cioè il rischio del default del sistema dei Comuni e conseguentemente la loro incapacità di poter essere utili al Paese nell’uscita dalla crisi. Se invece pensiamo come io sono convinto che senza la rete dei Comuni italiani, senza le città non ci sia un futuro per questo Paese allora dobbiamo avere davvero una forte convinzione, una forte speranza che gli impegni presi da parte questo Governo vengano adeguatamente corrisposti”.

Filippo Pieri: “Il lavoro sarà ancora per i prossimi anni l’unico mezzo per valorizzare le persone all’interno delle nostre comunità. Per questo è fondamentale creare occasioni di lavoro sia per i giovani che per i lavoratori che, a fronte delle trasformazioni del mercato di lavoro e del modo di produrre, rischiano di perdere la propria occupazione. Per questo dovremo fare un grande investimento in formazione e conoscenza, elementi di garanzia per gestire la transizione tra i lavori. Siamo ancora nel pieno della trasformazione della Quarta rivoluzione industriale che, pur segnata da questa inaspettata pandemia, vedono compenetrare in maniera crescente mondo fisico, digitale e biologico, con nuove tecnologie produttive. Per questo le compenetrazioni da un lavoro all’altro, anche passando dalla disoccupazione, devono essere ora accompagnate da politiche attive del lavoro e di formazione continua”.

Nel suo saluto, concluso con un minuto di silenzio per le vittime del Coronavirus, don Angelo Ravazzini ha citato il Papa: “’Peggio di questa crisi, c’è solo il dramma di sprecarla’: lo ha affermato papa Francesco nella solennità di Pentecoste lo scorso 31 maggio, invitando tutti a chiedere dal Cielo il dono di vincere la paralisi dell’egoismo e la carestia della speranza. ’Ogni evento ha il suo tempo sotto il cielo’ (Qo 3), ci insegna la sapienza di Israele. Quello della pandemia è stato senza dubbio un tempo di paralisi e di carestia che ha imposto riflessioni non retoriche sia sugli orientamenti che avevamo dato alle nostre ‘programmazioni’ e progettualità, che sul tipo di fame e sete che cerchiamo di saziare a livello personale e comunitario. La resistenza al cambiamento e l’inganno del gattopardismo possono essere vinte solo dalla consapevolezza di essere dinnanzi ad una opportunità, la riscoperta di una appartenenza comune: ‘nessuno si salva da solo’. Quali sono le life skills da adottare per ri-cominciare? Ri-vedere, ri-conoscere, re-agire, per recuperare la memoria piuttosto che la nostalgia e riaccendere la speranza anziché l’illusione”.