«Un fenomeno che non accenna ad arrestarsi, indice di politiche sbagliate che non garantiscono ai genitori di dedicarsi al contempo alla professione e alla famiglia». E’ il commento di Rosamaria Papaleo, segretaria Cisl Emila Centrale, in merito al rapporto annuale sulle convalide delle dimissioni e risoluzioni consensuali dei lavoratori madri e padri per l’anno 2018 e pubblicato dall’Ispettorato Nazionale del lavoro.

In Italia il numero totale delle convalide rilasciato nell’anno 2018 è stato di 49.451, in crescita del 24% rispetto al 2017 quando erano state 39.738. Le convalide sono riferite principalmente alle dimissioni (circa il 96% del totale) di cui la maggior parte volontarie. Il restante 4%, invece, è relativo alle risoluzioni consensuali: un numero esiguo ma in crescita del 2% rispetto al 2017. A restare a casa dal lavoro sono soprattutto lavoratori di nazionalità italiana: 41.335 rispetto al totale, ovvero l’83% del totale.

«Numeri che sottolineano quanta strada ci sia ancora da fare per garantire il giusto sostegno ai genitori – osserva  Rosamaria Papaleo, segretaria Cisl Emilia – le più colpite sono le lavoratrici madri”. Infatti, sempre su base nazionale le dismissioni di madri sono 35.963 provvedimenti sul totale. Per la Cisl: “Le differenze di trattamento aziendale tra lavoratori e lavoratrici sono ancora troppo marcate. E quando arriva il primo figlio sono soprattutto le donne che decidono di licenziarsi per occuparsi della famiglia».

E nonostante questa grande differenza, anche il numero dei padri lavoratori che smettono il lavoro dopo un figlio è in crescita rispetto all’anno scorso. Questi ultimi  sono 13.488, oltre il 27% del totale. Un altro dato da sottolineare è anche la fascia d’età dei lavori che scegliere di abbandonare la propria occupazione. Sono più di 20.000 coloro con un’età compresa tra i 32 e 44 anni e circa 36.000 da 29 a 34 anni. Persone che non hanno un’anzianità di servizio elevata, per la maggior parte compresa tra 3 e 10 anni. (87% del totale). Emerge che oltre il 59% dei lavoratori interessati sceglie di smettere di lavorare già dopo il primo figlio per l’incompatibilità tra l’occupazione lavorativa e la cura dei figli stessi.

Le regioni del Nord Italia sono quelle più colpite. In modo particolare, in Emilia – Romagna sono state registrate 5.184 dismissioni. Per la segretaria Cisl, Rosamaria Papaleo: «E’ necessario attuare politiche concrete in difesa della famiglia per garantire la possibilità a chi lo desidera di avere un lavoro e dei figli. La denatalità è una lenta piaga che sta lentamente logorando la società. Uno dei motivi per il quale non si fanno più figli è anche perché in molti non si posso permettere di abbandonare il lavoro. Prima lo capiranno le istituzioni e prima sarà possibile aiutare le lavoratrici e i lavoratori, fermo restando che aziende e sindacato possono incidere positivamente nel facilitare la conciliazione vita lavoro attraverso la contrattazione di secondo livello».