Le domande di pensionamento anticipato con quota 100 riguardano soprattutto gli uomini, così come il reddito di cittadinanza, che rischia di penalizzare le donne le quali, spesso gravate dagli impegni di cura familiare, fanno più fatica ad accettare offerte di lavoro. Della disparità salariale tra uomo e donna si parla dopodomani – giovedì 7 marzo – a Modena in un incontro organizzato dai sindacati confederali Cgil Cisl Uil in vista della Giornata internazionale della donna, che si celebra venerdì 8 marzo. L’iniziativa è in programma dalle 9.30 alle 12.30 presso l’Inail (via Cesare Costa

Rosamaria Papaleo (segreteria Cisl Emilia Centrale)

29/31). Sono previsti gli interventi di Maria Cecilia Guerra (docente Università di Modena e Reggio Emilia), Mirella Guicciardi (coordinatrice Commissione Pari Opportunità Comitato unitario delle professioni), Francesca Arena (coordinamento donne Uil Modena e Reggio Emilia), Rosamaria Papaleo (segreteria Cisl Emilia Centrale) e Tamara Calzolari (segreteria Cgil Modena). Il tema del divario retributivo e pensionistico tra uomo e donna sarà analizzato anche in relazione ai due provvedimenti al centro dell’azione del governo (quota 100 e reddito di cittadinanza), visti attraverso un’ottica di genere. La docente di statistica Linda Laura Sabbadini calcola che le domande per il pensionamento anticipato con quota 100 riguarderanno i lavoratori maschi in nove casi su dieci; nell’audizione alle Camere del 2018 lo stesso ex presidente Inps Tito Boeri ha parlato di 37,4% di donne e 62,6% di uomini. Rispetto al reddito di cittadinanza, invece, il fatto di aver legato il provvedimento all’avvio al lavoro attraverso i Centri per l’impiego, rischia di penalizzare le donne, poiché non tiene sufficientemente in considerazione gli impegni di cura familiare, che spesso sono a carico delle donne e impediscono l’accettazione di offerte lavorative. In generale, nell’incontro di giovedì 7 marzo si affronterà il tema della disparità salariale tra uomo e donna. Nel mondo le donne guadagnano in media il 23% in meno degli uomini. Lo dicono le Nazioni Unite, che definiscono questo fenomeno “il più grande furto della storia”. Secondo recenti stime, dopo ogni nascita le donne perdono in media il 4% del loro stipendio rispetto a un lavoratore maschio. Secondo l’Osservatorio Jopricing la differenza retributiva in Italia si attesta nell’ordine del 12% dello stipendio. Sempre secondo l’Onu, il divario salariale è dovuto all’accumulo di numerosi fattori che includono la sottovalutazione del lavoro delle donne, la mancata remunerazione del lavoro domestico, la minore partecipazione al mercato del lavoro, il livello di qualifiche assunte e la discriminazione. Pertanto, le donne guadagnano meno in generale perché lavorano meno ore retribuite, operano in settori a basso reddito o sono meno rappresentate nei livelli più alti delle aziende. Ma anche, semplicemente, perché ricevono in media salari più bassi rispetto ai loro colleghi maschi per fare esattamente lo stesso lavoro. Nel complesso, la stima dell’organizzazione è che per ogni dollaro guadagnato da un uomo, una donna guadagna in media 77 centesimi. Dal bilancio di genere pubblicato dalla Regione Emilia-Romagna nel 2018 risulta che le donne guadagnano in media 11,84 euro/ora, contro i 13,05 euro/ora degli uomini (9% in meno). La disparità dei redditi da lavoro e le carriere discontinue che interessano più le donne, hanno un pesante effetto anche sui redditi da pensione femminili: infatti, il 52% delle donne pensionate italiane percepisce meno di mille euro lordi. A Modena, in relazione alle pensioni di vecchiaia, gli uomini ricevono un importo medio mensile di 1.978 euro lordi, mentre le donne si fermano a 980 euro lordi. Cgil Cisl Uil sono impegnate nella contrattazione collettiva nazionale e aziendale per perseguire condizioni di parità salariale tra uomo e donna e sollecitano politiche che sostengano la condivisione delle responsabilità sul lavoro di cura per favorire la reale parità tra i generi nei luoghi di lavoro. È interessante, in questo senso, la scelta dell’Islanda che ha stabilito per legge la sanzionabilità in caso di diversità di trattamento retributivo a parità di mansioni.