Cinesi tra Reggio e Modena, lavoro e sindacato, quali rapporti, quali punti di contatto, cosa c’è da fare? Ne parla la Cisl Emilia Centrale, rilevando luci e ombre dopo i dati diffusi dall’Ufficio studi della Camera di Commercio dove, le imprese individuali gestite da cinesi sono 1047, al primo posto tra le imprese gestite da stranieri.

“C’è ancora molta strada da fare – premette il segretario generale William Ballotta – dato che, oltre a un comprensibile problema culturale, il lavoratore cinese sconta l’assenza dei sindacati nei suoi paesi d’origine (tranne che nella regione di Guangdong a ridosso di Honk Kong) e, una volta in Italia, il problema della lingua. Mentre permane la cultura di lavorare moltissime ore a salari al di sotto del minimo. Riteniamo che ci sia ancora molto da fare per ribadire la validità dei diritti umani e sindacali, dato che il lavoro è uno strumento che dà significato all’uomo, ma non il contrario”

 

“Come sindacato – osserva Rosamaria Papaleo, segretaria Cisl Emilia Centrale – ci rivolgiamo a una comunità, quella cinese, che se in passato era chiusa su se stessa e poco alla volta, soprattutto con le nuove generazioni, è chiamata ad aprirsi al tema delle relazioni e opportunità sindacali. Siamo ancora agli albori. Lo dimostra il fatto che la comunità cinese si rivolge alla Cisl in particolare per i servizi, come il rinnovo delle pratiche di soggiorno, meno alle categorie che, invece, sono sempre disponibili. Oppure il fatto che in occasione dell’ultima festa del 1° maggio scorso, a Prato, mancassero proprio i lavoratori cinesi”.

“Se pensiamo alla Cina, il sistema di lavoro comunista ha accentuato un liberismo sfrenato nei luoghi di lavoro e questo ha consentito alcune storture, come ad esempio il lavoro a tutti gli orari e tutti i giorni. Un modello diverso dalla nostra realtà, sia dal punto di vista imprenditoriale che lavorativo e contro il quale è strategico l’impegno delle direzioni distrettuali del lavoro, ma anche delle associazioni datoriali alle quali è chiesta una attenzione specifica sul tema”.

Su quali fronti c’è bisogno di maggiore collaborazione col lavoratore cinese?

“Certamente su quello della fiducia – aggiunge la segretaria -.  In epoche più o meno recenti, ad esempio, nel terziario abbiamo registrato, segnalatici dagli stessi lavoratori cinesi, contratti irregolari (numero di ore lavorate superiori, restituzione di parte del salario), o di licenziamenti cammuffati (dopo che ai lavoratori era stato comunicato di essere in ferie, è stato notificato il licenziamento per non essersi presentati al lavoro. Gli stessi avevano esaurito i soldi per rimanere in Italia e impugnare l’atto). Al di là della segnalazione alle itl. – riteniamo che il loro ruolo sia fondamentale nel fare controlli mirati e quindi stroncare concorrenza sleale alle imprese sane – , il sindacato in questo caso può intervenire solo se il lavoratore gli dà mandato in merito”.

Sul versante del tessile la presenza di ditte cinesi è forte nei comuni di Cavriago, della Val d’Enza, di Reggio capoluogo o, nel modenese, nelle Terre d’Argine, Carpi e Novi soprattutto, ma anche Soliera e Campogalliano. Qui la situazione è più critica.

“Nel tessile – prosegue la Papaleo – notiamo una grande incidenza di contratti verosimilmente irregolari, dato che si tratta spesso di assunzioni o contratti part time con sole 4 ore al giorno di lavoro quando invece le ore lavorate dai cinesi possono essere anche 10 o 12. Ma quando un lavoratore arriva al sindacato non parla italiano e, spesso per le pratiche di cu necessita, è accompagnato dal datore di lavoro, l’unico a conoscere la nostra lingua”.

Per il futuro?

“Crediamo fortemente nel rinnovo generazionale – spiega la sindacalista -. Ma è evidente che il gap culturale lo si scardina a partire dalla lingua che dovrebbe essere insegnata obbligatoriamente ai richiedenti soggiorno. In un futuro non troppo lontano, così come già avvenuto in altre realtà italiane, auspichiamo di avere il primo sindacalista cinese e di interagire con loro in un modo nuovo”.

I DATI DI UNIONCAMERE

A Reggio Emilia a fronte di un calo dell’1,4% delle imprese condotte da italiani, quelle costituite da imprenditori nati fuori dall’Italia sono aumentate dell’1,9%, raggiungendo così le 8.129 unità, 150 in più rispetto al 2017, rileva l’Ufficio Studi di Camera di Commercio Reggio Emilia.

I dati di Unioncamere attestano al primo gennaio 2018, 30mila cinesi in Emilia Romagna (in aumento di seimila unità rispetto al 2011), il 5,5% del totale degli stranieri e quindi a quinta comunità dopo romeni, marocchini, albanesi e ucraini. Modena, Bologna e Reggio Emilia nell’ordine sono le tre province nelle quali si sono radicate le cosiddette ‘Chinatown’ più consistenti: il 60% dei cinesi residenti in Emilia abita – con percentuali analoghe – qui.

Dal punto di vista economico sia a Reggio che Modena la stragrande maggioranza dei permessi di soggiorno sono motivati con esigenze di lavoro autonomo: a Reggio si contano 1.047 ditte individuali cinesi che rappresentano il 2,6% del totale. Reggio è la provincia con la percentuale più alta: il 4,3% (poi Modena 3,9%, Bologna 2,7%, Forlì-Cesena 2,3%). Le imprese individuali cinesi sono al primo posto fra quelle straniere nelle provincie di Reggio e Modena e al secondo posto a Bologna, Ferrara e Forlì-Cesena.

Reggio e Modena sono anche province a forte connotazione tessile, e nel Reggiano, seguendo il trend avviato negli anni Novanta, il 68% di tutte le ditte individuali operanti nel settore moda è gestito da cinesi (sono 610). A Modena il 50.6%, appena più della metà. La ristorazione (bar e ristoranti) è al secondo posto: sono 964 le ditte cinesi (8,3%). Modena, Ferrara, Reggio e Bologna hanno le percentuali maggiori. Anche in Appennino è in forte incremento la ristorazione gestita da cinesi.