I metalmeccanici reggiani rispondono alle dichiarazioni del Presidente di Confindustria Bonomi con una seconda ondata di scioperi per rivendicare il rinnovo del contratto nazionale.

Mentre il capo degli industriali italiani dichiarava che “non è il momento di scioperare”, nella nostra provincia incrociavano le braccia gli operai della UDOR di Rubiera, della Bucher Hydraulics di Reggio, della FBN di Novellara. Poi si sono fermati anche i lavoratori della Walvoil, della Lombardini Kohler, della RB (ex Sacil) di Scandiano e della Dieci di Montecchio.

Ormai sono oltre cinquanta le aziende in cui si sono verificati scioperi in queste giornate a seguito della rottura della trattativa per il rinnovo del contratto nazionale dei metalmeccanici, scaduto il 31 dicembre 2019 e che riguarda quasi un milione e mezzo di lavoratori in tutta Italia.

Le politiche salariali della Confindustria sono la principale causa delle disuguaglianze –  affermano Fim Fiom Uilm provinciali – è offensivo che il Presidente degli Industriali chieda ai lavoratori di non scioperare: le fermate continueranno. Auspichiamo – continuano – di non vedere più in futuro tanta arroganza, ora vogliono persino decidere quando sarebbe giusto scioperare.”

 

I delegati di fabbrica di Fim Fiom Uilm si sono riuniti in questi giorni in molte imprese del territorio e hanno condiviso la necessità di una mobilitazione continuativa a sostegno delle rivendicazioni dei sindacati.

Alla Lombardini Kohler di Reggio Emilia, cuore storico della meccanica reggiana, i delegati della Fim e della Fiom hanno proclamato una fermata in sciopero come “riposta alla rottura del tavolo da parte di Federmeccanica” che, nonostante il fallimento della sperimentazione dell’ultimo contratto, continua a riproporre la stessa promessa tradita dell’estensione e rafforzamento della contrattazione aziendale.

I lavoratori sono stanchi di promesse non mantenute, chiedono rispetto e aumenti adeguati sui minimi contrattuali. L’ultimo contratto avrebbe dovuto anche garantire a tutti i lavoratori un diritto soggettivo di 24 ore di formazione – spiegano Simone Vecchi, Giorgio Uriti e Jacopo Scialla Segretari Generali Provinciali di Fiom Cgil Fim Cisl Uilm Uil – ma la maggior parte delle imprese non ha adempiuto a questo dovere. Al tavolo negoziale gli industriali stanno proponendo un’idea di contratto inquietante e pre-moderna, quella cioè di trasformare i diritti esigibili dei lavoratori previsti negli accordi in “raccomandazioni” per le imprese, per cui non ci sarebbero più doveri ma solo possibilità. Se questa è davvero l’impostazione politica, Confindustria e Federmeccanica avrebbero un’idea dell’impresa di stampo ottocentesco, altro che Industria 4.0.

 

Oggi scioperano anche i lavoratori della Dieci di Montecchio. L’azienda, che è cresciuta tantissimo in questi anni e oggi conta più di trecento addetti, come tutte le industrie locali ha sofferto molto durante il periodo di lockdown e ha visto una stretta collaborazione tra delegati e proprietà per la tutela della salute, ma oggi i lavoratori vogliono mandare un messaggio chiaro a Unindustria Reggio Emilia: non si può fare un contratto contro i lavoratori, è il momento di una svolta, di un cambio di passo nella trattativa.

Pretendiamo che la sicurezza dei lavoratori resti al primo posto dei doveri aziendali in questa fase pandemica e per il futuro, ma l’emergenza sanitaria non può essere un alibi per non riconoscere aumenti adeguati” .

Sciopero riuscito anche alla Walvoil, dove le Rsu Uilm e Fiom riportano reparti produttivi fermi negli stabilimenti di Pieve, di Bibbiano e di Corte Tegge.

Il Gruppo Interpump (di cui Walvoil è l’azienda più importante) vola in Borsa, ma ai lavoratori vengono negati aumenti dalla Federmeccanica: “una contraddizione difficilmente spiegabile ai lavoratori – sottolineano i sindacati –  improbabile pensare che si smorzino gli animi tra i  metalmeccanici della nostra provincia”.

“Ricordiamo agli industriali che quest’anno i sacrifici più grossi li hanno fatti le lavoratrici e i lavoratori – concludono Fim Fiom Uilm –  con molte ore di cassa integrazione e facendo i salti mortali con i figli a casa da scuola. Vorremmo ascoltare la Confindustria dedicare qualche parola anche al mezzo milione di precari lasciati a casa prima del lockdown, oltre che chiedere altri soldi a pioggia per le grandi imprese. Invece ci tocca sentire sempre gli stessi soliti slogan vittimistici da trent’anni. Forse si convincerà qualche politico, di sicuro non verranno creduti dai lavoratori”.