di Giulia Beneventi

Case da gestire, figli da crescere e lavori da mandare avanti. Se c’è un nodo già molto ingente che l’emergenza sanitaria da Covid-19 ha fatto emergere del tutto, è di sicuro quello dell’organizzazione familiare, le cui prime destinatarie delle conseguenza – sorpresa delle sorprese – sono le donne. Ad illustrare la situazione nella nostra zona è Rosamaria Papaleo, segretaria di Cisl Emilia Centrale.

Papaleo, qual è il primo tra gli effetti della pandemia sulla gestione di vita e lavoro per quel che riguarda le donne? «In primis parlerei delle dimissioni, con un accordo in sede protetta. Erano già in generale un caso frequente, una scelta che le donne facevano quando non c’era una rete familiare a sostenerle o se non avevano un contratto part time. Nelle circostanze attuali però si sono trovate a dover pagare un prezzo ancora più alto, con contratti ad esempio che erano part time e che proprio per questo non sono stati rinnovati». Lo smart working che ruolo ha avuto? «Sono state soprattutto le donne a fare ricorso a questa modalità, ma non dovrebbe essere così. Nel ‘Family Act’ (un progetto di legge con misure a sostegno delle famiglie, approvato lo scorso 11 giugno dal consiglio dei Ministri, ndr) si dice che le donne devono avere la priorità sul lavoro da casa fino alla maggiore età del figlio, secondo noi invece deve esserci un accesso paritario. Le politiche adottate in questo periodo, nel complesso, non sufficienti».

Quali potrebbero essere altre soluzioni? «Si potrebbe intanto estendere il congedo straordinario, che ora è stato prorogato fino al 31 luglio. Poi è vero, c’è quello ordinario, ma in tanti genitori magari lo hanno già finito e comunque è retribuito al 30%, mentre quello straordinario arriva fino al 50%: un’altra possibilità utile sarebbe rendere la retribuzione uguale, al 50%. In generale serve una struttura familiare più solida, non si può andare avanti a bonus. Anche sulla contrattazione di secondo livello il sindacato può avere un ruolo fondamentale, per dare maggiore flessibilità agli orari di lavoro».

Lei, da donna e lavoratrice, come giudica la situazione attuale sotto un profilo di welfare e servizi? «Credo che sia da integrare di più il welfare pubblico con quello privato, perché è vero che esistono grandi aziende che hanno l’asilo nido interno o posti riservati, ma se guardiamo alle piccole e medie imprese – e nel nostro territorio sono tante – o nel pubblico, le difficoltà sono tante e in molti casi c’è che si trova senza soluzioni». E sotto un profilo sociale? «La maternità ancora vista come un tabù nel campo del lavoro, per quanto tutti dicano che è un ‘plus’ perché si sviluppano competenze utili…. Io sono di natura ottimista ma non vedo all’orizzonte un futuro molto roseo. Restano sono in bilico tanti posti di lavoro e a rimetterci saranno soprattutto le donne lavoratrici, moltissime delle quali operano nei settori più compromessi come il terziario e il commercio. Al contempo penso che si stia tentennando troppo nelle discussioni politiche sui vari aiuti: non possiamo permetterci il lusso di attendere».