«La scuola deve ripartire in presenza, ma in sicurezza, per garantire il diritto allo studio a tutti gli studenti. Serve una visione di medio termine». Lo affermano i sindacati della scuola dell’Emilia-Romagna, aggiungendo che la scuola non ha mai chiuso. Anzi, nel corso di questo anno si è dovuta riorganizzare molte volte e non senza difficoltà, riadattandosi secondo le indicazioni, di volta in volta, impartite con i vari Dpcm dai decisori politici «Ricordiamo che gli studenti della scuola dell’infanzia, primaria, secondaria di primo grado hanno effe

Monica Barbolini, segretaria generale Cisl Scuola Emilia-Romagna

ttuato fino a ora la didattica in presenza, – sottolineano Monica Barbolini (Cisl Scuola Fsur Emilia-Romagna, Monica Ottaviani (Flc Cgil Emilia-Romagna), Serafino Veltri (Uil Scuola Rua Emilia-Romagna), Gianfranco Samorì (Snals Confsal Emilia-Romagna) e Rosarita Cherubino (Gilda Fgu Unams Emilia-Romagna) – mentre la didattica a distanza o digitale integrata è stata utilizzata nelle scuole superiori dove, a parere del Comitato tecnico scientifico, vi erano forti criticità legate al sistema dei trasporti e nella gestione dell’emergenza sanitaria dovuta alla diffusione del virus». Da sempre le organizzazioni sindacali chiedono la riapertura delle scuole in presenza, garantendo prioritariamente la salute del personale e degli studenti. In questo senso hanno chiesto da molto tempo, per ora senza esito, l’aggiornamento del protocollo sulla sicurezza, che risale allo scorso agosto, e un incontro a livello nazionale con i responsabili dei vari ministeri. «Non ci convince lo schema che porta la discussione sulle percentuali di rientro degli studenti della secondaria di secondo grado – continuano Cgil Cisl Uil Snals Gilda – perché è solo un aspetto riduttivo del problema se non collegato con i dati relativi alla diffusione del contagio che sono differenti tra scuola e scuola, tra territorio e territorio, tra territori della stessa regione e tra regioni. Per questo non servono annunci, ma misure ponderate, attente e un monitoraggio continuo, a partire dalla trasparenza e conoscenza dei dati che riguardano, in particolare, il tracciamento dei contagi nelle scuole che a oggi non sono stati resi pubblici. Occorre trovare una quadra che garantisca didattica e salute, personale scolastico, studenti e famiglie. L’amministrazione ha il dovere di dirci se e quanto la scuola in presenza ha contribuito ai contagi». Per i sindacati c’è poi la necessità di guardare oltre il contingente e adottare misure che escano fuori dallo schema della sola emergenza, individuando scelte che garantiscano stabilità e continuità nelle decisioni che inevitabilmente hanno ripercussioni sull’organizzazione del lavoro (che non può essere continuamente rivista) e l’efficacia delle scelte didattiche (ripetutamente modificate). Nella nostra regione i tavoli coordinati dai prefetti, che non hanno visto la presenza delle organizzazioni sindacali, hanno definito un piano per la ripartenza che sulla carta risponde alle esigenze di sicurezza richieste anche dai rappresentanti dei lavoratori come, per esempio, l’aumento della flotta dei mezzi di trasporto in rapporto all’esigenza di contenere lo scaglionamento di entrata/uscita degli studenti ed evitare quindi i doppi turni. «Lo sforzo messo in atto dalla Regione per risolvere il problema dei trasporti e consentire al personale della scuola e agli studenti di effettuare test rapidi gratuitamente è meritevole, – proseguono Monica Barbolini (Cisl Scuola Fsur Emilia-Romagna, Monica Ottaviani (Flc Cgil Emilia-Romagna), Serafino Veltri (Uil Scuola Rua Emilia-Romagna), Gianfranco Samorì (Snals Confsal Emilia-Romagna) e Rosarita Cherubino (Gilda Fgu Unams Emilia-Romagna) – ma a nostro avviso occorre ora concentrare l’attenzione sul fatto che per poter riprendere in presenza, cosa che auspichiamo, si devono creare le condizioni affinché la scuola rimanga aperta, evitando lo “stop and go” che avrebbe effetti maggiormente destabilizzanti per studenti e famiglie. La scuola a singhiozzo o a intermittenza non funziona e non si può cambiare con frequenza modello organizzativo e didattico. Ogni volta che sono mutate le decisioni politiche, la scuola si è sempre adeguata, modificando la propria organizzazione, rivedendo orari e modelli didattici, montando e smontando piani formativi, generando discontinuità che non si concilia con un processo efficace di apprendimento. Crediamo sia il momento per fare altre riflessioni e da questi continui mutamenti possiamo trarre le informazioni necessarie per permetterci di costruire un piano di intervento stabile e chiaro, con protocolli di tracciamento, vaccinazione e organizzazione del lavoro e dei trasporti che escano da una fase emergenziale e troppo spesso sperimentale». Secondo i sindacati la scuola non può più essere oggetto di decisioni estemporanee e approssimative: servono certezze a partire dalla necessità di considerare come prioritaria la possibilità per il personale scolastico di rientrare nel piano vaccinale nazionale, subito dopo la prima fase riservata al personale sanitario. Per questo occorre mantenere aperti i tavoli regionali e territoriali di interlocuzione tra tutti i soggetti, comprese le organizzazioni sindacali, perché il punto irrinunciabile è evitare i contagi, dare dignità all’anno scolastico a garanzia del diritto allo studio. «La scuola deve essere la prima e più importante infrastruttura dello Stato, ma sembra essere, al di là delle parole, l’unico soggetto sacrificabile. Servono più coraggio e investimenti certi: un’occasione che di giorno in giorno ci lasciamo sfuggire per rincorrere gli eventi e tappare buchi, correndo il rischio che il buco sia più grande della toppa», concludono i segretari di Cisl Scuola Fsur Emilia-Romagna, Flc Cgil Emilia-Romagna, Uil Scuola Rua Emilia-Romagna,Snals Confsal Emilia-Romagna e Gilda Fgu Unams Emilia-Romagna.