Accadde alle porte di casa nostra, 25 anni fa. L’11 luglio 1995 l’esercito serbo-bosniaco massacrò più di 8mila musulmani inermi dopo la conquista della cittadina, che doveva essere sotto la protezione dei caschi blu dell’Onu. Le truppe di Mladić entrarono nella cittadina di Srebrenica, sotto assedio da tre anni, decretata nel maggio 1993 “area protetta” dal Consiglio di sicurezza dell’Onu e posta sotto protezione dei Caschi blu, dove si erano rifugiati migliaia di bosniaci musulmani fuggiti dai villaggi della zona. In tutto c’erano 40mila persone, perché Srebrenica era il centro musulmano più grande in una zona a maggioranza serba. In serata già 25 mila si erano diretti a Potocari, cercando rifugio nella base dei caschi blu olandesi, ma già, di nascosto, gli uomini di Mladic avevano cominciato a radunare e uccidere tutti i maschi tra i 15 e i 65 anni, dividendoli da donne, bambini e anziani.

In oltre 23 mila vennero deportati con dei pullman e camion verso Tuzla entro la sera del 13 luglio. Quello stesso giorno i caschi blu olandesi costrinsero i rifugiati a lasciare la base. Fra il 12 e il 23 luglio una parte degli uomini e ragazzi che si erano avviati verso Tuzla attraverso i boschi, in quella che poi fu chiamata “la marcia della morte” vennero uccisi in imboscate, decimati dai bombardamenti, si arresero e furono fatti prigionieri. Le prime esecuzioni di massa cominciarono nel pomeriggio del 13 con la fucilazione di 150 musulmani a Cerska, e si conclusero il 16 luglio, quando cominciarono gli scavi delle fosse comuni. Un mese e mezzo dopo, militari e poliziotti serbo-bosniaci, per occultare le prove del massacro, riesumarono e riseppellirono i corpi delle vittime in altre localita’ della zona.

Fosse comuni di cui si è potuta trovare traccia attraverso testimonianze dei superstiti e documenti raccolti lungo le decine di processi per crimini di guerra che si sono succeduti, al Tribunale penale internazionale dell’Aja come, in seguito, nelle decine svoltesi presso le Corti speciali della regione. Per il genocidio di Srebrenica sono state finora incriminate per crimini di guerra 70 persone: 20 dal Tribunale dell’Aja e 50 dal tribunale di Sarajevo. Tredici imputati, tra cui

tre comandanti militari serbi e il capo politico dei serbo-bosniaci, Radovan Karadzic, sono stati condannati all’ergastolo.

Già nel 2007, la Corte internazionale di giustizia ha stabilito che il massacro, essendo stato commesso con lo specifico intento di distruggere il gruppo etnico dei bosgnacchi (i musulmani bosniaci), costituisce un “genocidio”. Il 27 giugno 2017 la Corte d’Appello dell’Aja ha confermato il verdetto di primo grado, cioè che il governo olandese è parzialmente responsabile della morte di 300 musulmani, perché i soldati olandesi costrinsero i rifugiati che cercavano riparo nella loro base a lasciarla, consegnandoli di fatto ai carnefici, “privandoli della possibilità di sopravvivere”.

Durante la guerra le truppe bosgnacche, guidate da Naser Orić, furono protagoniste di alcuni raid nei villaggi abitati da serbi intorno a Srebrenica. Il Centro per la ricerca e documentazione di Sarajevo, centro studi indipendente con staff di diverse etnie, ha calcolato, nel comune di Bratunac, 119 vittime civili serbo-bosniache e 424 soldati.

In Bosnia ed Erzegovina ha partire da quel genocidio è ora in corso (basato su verità, giustizia e confessione) un delicato e difficile cammino di riconciliazione. Nel nostro piccolo cerchiamo di esserne parte. Lo scopriamo con due giornate a tema il 15 e il 17 luglio 2020 a Reggio Emilia