“Il 2025 sarà duro per ceramico, moda e biomedicale. Un sindacato moderno non può fermarsi ad un contratto dimenticandosi del mondo in fiamme fuori dalle fabbriche. E’ evidente che solo facendo partecipare i lavoratori nelle imprese la loro voce potrà pesare sulle scelte strategiche di aziende che tra dazi, crisi internazionali, costi energetici e norme inadeguate si stanno concentrando in poche mani col rischio di colpire intere filiere”.
Firmato: Massimo Muratori, riconfermato leader di Femca Cisl Emilia Centrale (con lui in segreteria Daniela Morselli e Alberto Suffritti), la categoria che tutela più di 3.200 persone che tra Modena e Reggio lavorano nelle produzioni top per l’export del made in Italy.
CERAMICO, PERSO UN MILIARDO DI FATTURATO
A cavallo di Modena e Reggio si realizza più del 70% della ceramica nazionale. Lo scorso anno la produzione di piastrelle è scesa a 366 milioni di mq (erano 430 milioni nel 2022), lasciando sul campo un miliardo di euro di fatturato per l’inchiodata dei mercati esteri. Ambienti confindustriali hanno parlato il mese scorso, proprio sulla Gazzetta, di 20.000 posti di lavoro a rischio. Muratori è netto: “Nel 2022 il ceramico fatturava 7 miliardi di euro, l’85% dei quali grazie all’export. Due anni dopo ecco il peggior dato del decennio. Non c’è tempo da perdere. Le aziende più piccole del distretto sono in forte difficoltà, mentre i marchi più grandi stanno facendo shopping sul mercato per aumentare la loro massa. In questo modo si riducono le ceramiche che producono e rischia di prendere delle mazzate l’indotto enorme che serve tutto il distretto”.
ENERGIA & EUROPA, COSI’ NON VA
Serve una strategia energetica nazionale ed europea. Così non possiamo reggere a lungo, pagando a Sassuolo un megawatt/ora il 72% in più dei concorrenti spagnoli, l’87% in più della Francia. Occorre spingere su un mix tra nucleare, idrogeno verde e rinnovabili. “Il problema immediato è evitare che troppe imprese del comparto scompaiano aspettando queste tecnologie. Nell’attesa il piano europeo per la decarbonizzazione va rivisto, è troppo secca la tagliola al 2030, occorre una deroga sulla dismissione del gas metano, l’unica fonte in grado di portare i forni alle alte temperature necessarie – elenca il sindacalista Femca – Non significa abbandonare l’impegno per la tutela del pianeta, significa solo partecipare a questa sfida senza massacrare i posti di lavoro. Il ceramico sta già lavorando molto sul green con una maggiore elettrificazione degli impianti, sul risparmio e il recupero idrico, sul riutilizzo del calore dei forni”.

I NOSTRI DAZI? FANNO RIDERE
Il ceramico ha bisogno di uno scudo contro chi invade i nostri mercati con piastrelle low cost, di buona qualità, ottenute sfruttando lavoro, diritti e ambiente. Parliamo di Turchia, India e Cina prima di tutto. “L’India in un anno ha raddoppiato le vendite in Europa, arrivando a 66 milioni di mq, fregandosene dei dazi antidumping della Commissione europea. Cosa volete che importi all’India di dazi al 7.9, avendo ancora margini di profitto enormi? I dazi contro la concorrenza sleale vanno alzati e occorre farlo subito”.
BIOMEDICALE & IL KILLER PAYBACK
Il protezionismo globale sta mettendo in difficoltà le aziende del distretto biomedicale modenese con meno mobilità internazionale. Le grandi multinazionali, invece, per inseguire il profitto stanno valutando, sotto la spinta dei dazi agitati dalla Casa Bianca, come realizzare nei mercati dove si distribuiscono i prodotti. “E’ urgente fermare il killer del biomedicale, quel payback che rischia di dare il colpo di grazia alle piccole e medie imprese e di essere un incentivo alle multinazionali per andare fuori dall’Italia. La situazione è pesantissima – prosegue Muratori –: i sistemi sanitari regionali stanno chiedendo alle aziende fornitrici le differenze economiche tra i prezzi preventivati nelle gare e le spese effettive. E lo fanno applicando una legge specifica, folle. Così, da una parte abbiamo il nostro sistema sanitario nazionale che ha speso di più, dall’altra ci sono le aziende che creano lavoro ma non hanno guadagnato altrettanto. Signori, questa è una bomba a mano per fermare la quale serve che la politica, lo Stato, si muova velocemente. Ad oggi vediamo più rimpalli di responsabilità che soluzioni effettive e intanto questo comparto italiano, strategico e altamente innovativo non viene difeso come si dovrebbe”.
MODA, UN ALTRO ANNO DURO
In dieci anni il comparto moda a Modena ha perso il 33.6% delle imprese attive (oggi sono 1.682). A Reggio il 30.2% (ne restano 911), qui la componente artigiana è ancora largamente maggioritaria (75.2% delle imprese). I grandi marchi nazionali e internazionali stanno facendo acquisizioni per aumentare la loro capacità di tenuta e il 2025 sarà l’anno peggiore di una serie già tremenda, segnato da una nuova contrazione delle vendite.
Per reggere sono importantissimi i contratti collettivi. E’ arrivato “un ottimo contratto nazionale nel settore moda di Confindustria e c’è l’ipotesi di contratto raggiunta a novembre scorso con Uniontessile Confapi. Il sindacato ora vuole altri due cambiamenti indispensabili: l’azzeramento dei contatori della cassa integrazione per le grandi imprese e la presa di coscienza che il Fondo di Solidarietà Bilaterale dell’artigianato, di fatto l’unica scialuppa di sostegno al reddito per i lavoratori del settore artigiano, si è rivelato insufficiente. Ecco perché chiederemo con sempre più forza che gli ammortizzatori in deroga per l’artigianato siano rinnovati. Negli ultimi due mesi del 2024 abbiamo ottenuto otto settimane di cassa in deroga ma è solo un punto di partenza”.