ASSEMBLEA APERTA “SICURAMENTE REGGIO”: SICUREZZA IN ZONA STAZIONE, SI PUO’ FARE

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ASSEMBLEA APERTA “SICURAMENTE REGGIO”
21.04.2026 – Auditorium “Simonazzi”, Reggio Emilia

 

Buonasera a tutte e a tutti.
Voglio partire da un’immagine ci colpisce quasi ogni mattina, appena apriamo i giornali locali: aggressioni, spaccio, minacce, violenze, occupazioni abusive, paura diffusa.

Sono la polaroid nitida di un quadrante nel cuore di Reggio Emilia che vive sotto assedio. Ma il punto più grave non è solo il degrado. Il punto più grave è che il degrado, giorno dopo giorno, rischia di trasformarsi in qualcosa di ancora più pericoloso: la rassegnazione.

La rassegnazione è il vero veleno.
E noi siamo qui per dire una cosa semplice, ma molto netta: Reggio Emilia non deve cedere alla rassegnazione.

Il degrado non è un destino.
È il risultato di risposte mancate, ritardi, timidezze, strumenti usati male o non usati fino in fondo.
E dentro questa ferita voglio riconoscere anche il cuore di tante realtà, pubbliche e private, che ogni giorno operano in questa parte della città: il terzo settore, la cooperazione sociale, il volontariato, i servizi, i lavoratori che tengono accesa una presenza civile.
A tutti voi va il nostro grazie.
Grazie ai presidi straordinari rappresentati dalla scuola, dai centri sociali, dalle parrocchie.
Grazie alla stampa reggiana per il suo lavoro di informazione puntuale, per il suo servizio pubblico importantissimo.
Grazie, mille volte grazie, ai residenti.
A quelli che restano.
A quelli che non hanno una sigla dietro il proprio nome, e anche a quelli che hanno deciso di unirsi per essere più ascoltati.
Hanno diritto, come tutti, a una vita normale, libera, senza una paura così forte.

Noi, come CISL, questo lo diciamo da tempo. Quando, in piena campagna elettorale, abbiamo portato tutti i candidati sindaco in piazza Secchi abbiamo fatto una scelta politica e morale. Abbiamo voluto portare il confronto nel cuore del problema. Perché chi vuole amministrare Reggio Emilia deve avere il coraggio di guardare negli occhi questa ferita.

La CISL vive qui. I nostri operatori, i nostri pensionati, i nostri iscritti conoscono bene cosa significa vivere e lavorare in zona stazione. Siamo stati l’unico sindacato a sostenere il tentativo delle zone rosse. E lo abbiamo fatto dicendo la verità: non abbiamo mai sostenuto che avrebbero risolto da sole il problema.
Anzi, lo abbiamo detto chiaramente: così come erano concepite, non sarebbero state risolutive.

Però era giusto non lasciare nulla di intentato.
Oggi però dobbiamo dirci con franchezza che il primo passo, prima ancora delle soluzioni, è questo: riconoscere fino in fondo la gravità del problema.
Qui c’è un problema pesante e strutturale.

E allora la domanda è una sola: Reggio Emilia ha la forza per vincere questa battaglia?
La nostra risposta è sì.
Ma a una condizione: che si abbia il coraggio di ammettere che servono strumenti nuovi e, prima ancora, un metodo nuovo.

Noi non siamo qui questa sera per calare dall’alto una ricetta già confezionata.
Siamo qui per fare quello che troppo spesso è mancato: ascoltare davvero.
Ascoltare chi ha paura, chi resiste, chi si è stancato, chi continua a credere che questa parte di città meriti di più.
La CISL porta qui una sua analisi, alcune proposte, alcune piste di lavoro. Perché su una ferita come questa non si cambia davvero nulla senza alleanze vere.
Le forze dell’ordine stanno facendo tantissimo, e a loro va il nostro rispetto pieno.

Ma continuare a dire che basta chiedere più polizia significa raccontarsi una mezza verità.
Ma se la nostra unica proposta è chiedere più uomini, stiamo dicendo la stessa cosa che dicono altri ottomila comuni italiani.
E sappiamo che, da sola, non basta.

Perché il punto non è soltanto aumentare la pressione. Il punto è aumentare l’efficacia.

Il diritto vigente, dai decreti Minniti in poi, consente già Patti per la sicurezza urbana tra sindaco e prefetto, uso regolato della videosorveglianza, provvedimenti di allontanamento e Daspo urbano, accordi con i pubblici esercizi nelle aree critiche, sospensioni di licenza nei casi gravi, collaborazione più stretta tra polizia locale, forze dell’ordine e amministrazione comunale. La sicurezza urbana, nella normativa, non riguarda solo la repressione: riguarda anche riqualificazione, legalità, presidio del territorio, contrasto alla marginalità, vivibilità e decoro.

Ma allora dobbiamo essere seri: il problema non è il singolo strumento.

Il problema è usarlo in modo simbolico, intermittente.
Per questo noi riteniamo necessario un uso più continuo, più mirato e più verificabile degli strumenti esistenti: Daspo, fogli di via nei casi previsti, presidio costante nei micro-luoghi più esposti, monitoraggio costante delle violazioni.

Ecco perché pensiamo che Reggio Emilia abbia bisogno di aprire un cantiere vero, serio, condiviso, che oggi chiamiamo, per comodità, Pacchetto Reggio Emilia.

La prima pista di lavoro riguarda una presenza pubblica di prossimità, stabile e visibile.

Qui il riferimento è la Francia, con la Polizia per la sicurezza del quotidiano (Police de sécurité du quotidien): pattuglie a piedi, unità di contatto, presidio di quartiere, rapporto costante con commercianti e abitanti, coordinamento con la polizia municipale. La lezione è semplice: nelle aree ferite non basta intervenire; bisogna esserci, in modo riconoscibile, continuativo e quotidiano.

Ed è qui che, a nostro avviso, può e deve entrare in campo anche la polizia locale reggiana, con un progetto costruito ad hoc. Soprattutto non pensato sopra la testa degli agenti.

Parliamo di un progetto serio, costruito insieme a chi quel territorio lo conosce davvero: gli operatori, il comando, chi ogni giorno misura sul campo i limiti degli strumenti attuali.

La polizia locale non è un corpo da usare come riempitivo quando manca altro. È una risorsa che può fare moltissimo, se viene messa dentro una strategia chiara: presenza di prossimità, lettura quotidiana dei micro-fenomeni, presidio dei punti sensibili, raccordo con residenti ed esercenti, collaborazione stretta con le forze dell’ordine e con gli altri servizi della città.

Una seconda direzione di lavoro riguarda il metodo.

Il modello che più ci convince viene ancora dal Regno Unito ed è il Clear, Hold, Build: prima liberare un’area dalla pressione criminale, poi mantenerla stabilmente sotto controllo, e infine riportare vita, servizi, attività, relazioni, comunità. È esattamente quello che troppo spesso manca in Italia: ogni tanto si fa la prima fase, qualche volta la seconda, quasi mai la terza. E allora il problema ritorna.

Un terzo nodo riguarda i luoghi.

Qui possiamo guardare a Barcellona e al suo Pla de Barris, che tiene insieme sicurezza, spazio pubblico, servizi, casa, scuola, comunità.

Per Reggio significa: mappatura degli immobili critici, interlocuzione diretta con i proprietari, convenzioni standard per usi temporanei, vantaggi per chi collabora e pressione amministrativa contro chi lascia il degrado proliferare. Perché un piano terra acceso è una presenza; uno spazio vuoto attira abbandono, illegalità, paura.

Un quarto terreno è quello del lavoro.

Ma qui dobbiamo essere seri fino in fondo.
In zona stazione ci sono anche piccoli delinquenti strutturati, spacciatori, persone che rifiutano ogni proposta di aiuto.

Ed esiste anche un’area grigia fatta di marginalità, precarietà estrema, lavoro nero, fragilità abitativa, dipendenze, irregolarità.
Ed è qui che il lavoro diventa una leva di sicurezza urbana.
Non per sostituire la repressione. Ma per evitare che il degrado continui a rigenerarsi.

Il punto, allora, è semplice:
chi delinque in modo stabile va fermato;
chi è recuperabile va agganciato prima che sia troppo tardi.

Servono misure rivolte ai soggetti davvero intercettabili: percorsi brevi verso lavori veri, inserimenti tracciabili, cooperative sociali di tipo B, clausole sociali negli appalti, e una lettura del lavoro nero come questione di sicurezza urbana. Perché lasciare una persona nel cono dell’irregolarità e dello sfruttamento significa consegnarla più facilmente al degrado del quartiere.

Un quinto punto è l’approccio integrato.

Qui il riferimento interessante è Malmö, in Svezia. Tradotto per Reggio Emilia significa unità miste di prossimità: polizia locale, educatori di strada, mediatori, servizi sociali, dipendenze, sanità territoriale. Non per ammorbidire la sicurezza, ma per renderla più intelligente.

Misurare i reati.
E poi c’è un punto che per noi conta molto: misurare non solo i reati, ma anche la paura.
Perché una città che guarda soltanto alle denunce ufficiali rischia di non capire nulla.
Molte persone non denunciano più. Pensano che non serva.
E allora serve anche un indice cittadino di sicurezza percepita, quartiere per quartiere, aggiornato nel tempo, per misurare quanto le persone si sentono libere di vivere la loro città. Perché non basta contare i reati: bisogna misurare anche la fiducia e la paura.

 

UN NUOVO MODO DI FARE LE COSE
Ma c’è un punto che per noi viene prima ancora dei singoli strumenti.

Noi crediamo che sulla zona stazione serva anche un modo nuovo di fare le cose: più ascolto, più verifica, più costruzione condivisa, più capacità di tenere insieme istituzioni, operatori, residenti, associazioni, lavoratori, forze sociali.

Saper fare insieme, qui, non è una formula gentile. È una necessità.
Un modo nuovo che proponiamo anche alla politica.

Per tre volte, a partire dalla campagna elettorale, abbiamo chiesto un Consiglio comunale in zona stazione.
Per tre volte, niente. Nessuna risposta.
E allora lo diciamo con con fermezza: questo silenzio ferisce.

Perché chi ha paura ha bisogno di essere guardato negli occhi.

Per questo diciamo che chi amministra Reggio Emilia deve superare il timore di affrontare la questione della sicurezza urbana.
Non è un tema di destra o di sinistra.
È un tema di libertà, di dignità, di uguaglianza tra cittadini.
E allora: Cisl, se questa assemblea lo riterrà, è pronta a lavorare insieme a voi per il cantiere di un grande Patto bipartisan per Reggio Emilia.

Un patto tra Comune, Prefettura, Questura, Regione, parti sociali, residenti, commercianti, Terzo settore, scuole, opposizioni.
Un patto che smetta di fare ping pong politico sulla pelle delle persone.

E che chieda, con la forza di una città intera, strumenti nuovi, risorse nuove, responsabilità nuove. A chi chiederli? ​​Anche al legislatore e al Governo, quando serve per mettere a terra quello che non c’è con modifiche normative. Non più rinviabili.

Siamo qui per dire che la zona stazione non è perduta.
Siamo qui per ascoltare: per raccogliere esperienze, paure, idee, priorità.
Perché nessun cambio di passo nascerà da una sigla da sola o da una misura isolata.
Può nascere solo da una città che decide finalmente di affrontare questa ferita insieme.

Avanti, questa battaglia si può vincere.
Grazie.

Rosamaria Papaleo,
Segretaria Generale Ust Cisl Emilia Centrale

 

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