Papaleo: “Cinque dossier aperti, serve un raccordo decisivo.
Il Patto regionale è lo strumento per una strategia comune”
Modena, 24 ottobre 2026 – “Il rapporto della Provincia conferma ciò che la nostra Cisl denuncia da oltre due anni: Modena è seduta su uno tsunami demografico. Chi produrrà ricchezza? Chi finanzierà pensioni, sanità, scuola pubblica e servizi comunali? Chi aprirà nuove imprese o lavorerà nei nostri ospedali? Lo diciamo con tutta la forza possibile: la demografia entri urgentemente in ogni piano industriale e bilancio pubblico, Modena unisca le sue forze e attivi una situation room. La Provincia può e deve svolgere questo ruolo di raccordo decisivo”.
Così Rosamaria Papaleo, leader della Cisl Emilia Centrale, commenta i dati dell’Osservatorio demografico e chiede di riunire Comuni, sanità, Unimore, imprese e sindacati attorno a cinque dossier: Pil e produttività; forza lavoro, immigrazione e attrazione dei talenti; Pmi familiari e continuità industriale; welfare e diritti costituzionali; funzionamento della scuola pubblica.
“Non sono cinque problemi da affidare a cinque uffici o assessorati diversi, perché governarne uno ignorando gli altri significa compromettere il sistema. Ecco perché chiediamo alla Provincia di scendere in campo con forza: o il territorio si unisce per governare la transizione, o si ritroverà a gestire un declino annunciato”, segnala Papaleo, ricordando che lo strumento per reagire c’è, è nuovo e si chiama Patto regionale per il Lavoro, il Clima e l’Economia sociale. Firmato a settembre, colloca già demografia, crescita e coesione tra le sfide vitali. Ora Modena la traduca in azione, non in un altro documento.
Intanto i numeri fanno tremare i polsi: nel 2016 avevamo 2,85 residenti tra 15 e 64 anni per ogni ultrasessantacinquenne; oggi sono 2,63, nel 2045 saranno 2,03. Significa che si restringe la base potenziale del lavoro rispetto agli anziani. Significa che avremo oltre 40mila over 65 in più e 22mila residenti in età lavorativa in meno. La rivoluzione non comincia nel 2045: è già in corso”
I CINQUE DOSSIER
Primo: capire come mantenere e accrescere il Pil modenese e la ricchezza pro capite con una popolazione in età lavorativa in diminuzione. Riflessione che dovrebbe suggerire di riflettere anche sul governo partecipato coi lavoratori e le imprese dell’ automazione, della robotizzazione governata dall’Ai e dei nuovi modelli produttivi.
Secondo: garantire alle imprese e ai servizi pubblici le competenze necessarie. I problemi di questo dossier si chiamano fuga dei giovani, costo fuori misura della casa, formazione dei lavoratori e una analisi matura su quanto le norme che governano l’immigrazione siano una palla al piede: la legge Bossi Fini fa male alle imprese e genera tanta parte del problema sicurezza nelle nostre città. Con un paradosso: la provincia crescerà di 14mila abitanti, il capoluogo ne perderà quasi 3.900. Quanto pesano affitti e servizi?
Terzo: il 77% delle imprese modenesi non agricole è a controllo individuale o familiare. Nel 2025 si contavano 3.935 titolari ultrasettantenni. Chi raccoglierà il loro testimone? Il rischio è perdere imprese ancora sane, posti di lavoro, mestieri e intere filiere di subfornitura. La continuità aziendale non è una questione ereditaria privata: è una grande questione di politica industriale.
Quarto: va guardato in faccia il problema di chi finanzierà e garantirà pensioni, sanità pubblica, assistenza e servizi comunali con una popolazione sempre più anziana e una base contributiva più ristretta. La discussione di questi giorni sulla riforma ospedaliera è figlia esattamente di questo scenario. Quinto: la scuola è il nostro scudo. Ora più che mai. Oltre seimila ragazzi tra 14 e 18 anni in meno entro il 2045 non possono diventare un alibi per tagliare cattedre e chiudere edifici. Il calo deve spingere a scuole più sicure, laboratori migliori, didattica di qualità e lotta alla piaga del precariato scolastico. La risposta a meno studenti non può essere una scuola più povera.










