“L’EUROPA SIAMO NOI”. LA RELAZIONE DELLA SEGRETARIA GENERALE ROSAMARIA PAPALEO

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Buon pomeriggio a tutte e tutti,

Grazie di cuore a Pina Picierno Vicepresidente del Parlamento Europeo, donna coraggiosa che, forse più di tutti, ha raccolto l’eredità di David Sassoli. E grazie alla sua scorta che l’ha portata qui. Perché siamo a Reggio, siamo in Europa ma la nostra vicepresidente vive sotto protezione a causa delle minacce filorusse e propal.
Per te, Pina, per chi ti protegge, per l’idea di Europa giusta che porti avanti chiedo il più grande degli applausi.

Grazie al senatore Marco Lombardo, per essere qui a spiegarci che rischi stiamo correndo e quali strumenti possono essere lanciati, nel contrasto alla guerra ibrida che è già iniziata.

Grazie al nostro segretario Andrea Cuccello, la cui competenza sui grandi temi delle riforme e dell’Europa non arriva mai seconda rispetto alla sua passione. E’ bello fare parte di un sindacato in cui la parola Europa unisce idee e cuore.

Grazie al vicedirettore de Il Foglio, Maurizio Crippa, che ha accettato il compito di guidare questo dialogo.

Guardo questa platea e dico grazie a tutte e tutti voi, agli ospiti che oggi sono qui e al nostro segretario regionale Filippo Pieri, il cui impegno per declinare ogni giorno nell’azione della Cisl l’importanza della scelta di campo per l’Europa è netto e incisivo.

Il dialogo di oggi vuole essere l’occasione per dirci e dire la verità.
A cominciare dalla risposta ad una domanda che ho sentito tante volte: ma perché il sindacato organizza un evento sull’Europa? Perché vuole entrare in questioni sulle quali non ha un governo diretto?

La risposta a questa domanda sta nei titoli di agenzia e di giornale: l’uomo più ricco del mondo, un oligarca con il fastidio per la democrazia e le regole, ci ha appena definiti il quarto reich nazista. Il presidente degli Stati Uniti ha licenziato pochi giorni fa un documento strategico che ci mette il bersaglio sulla schiena e vuole costringerci a capitolare, sapendo che nei 20 punti per la pace in Ucraina il bersaglio grosso non è Zelensky. Siamo noi.

In un concetto: stiamo vivendo il momento più difficile dalla fine della Seconda guerra mondiale, il sogno di pace e prosperità che ci ha accompagnati ora è finito e credo che il compito di un sindacato – ecco la risposta alla domanda – sia quello di prendere una posizione.

La nostra posizione è netta: scegliamo l’Europa perché l’Europa rappresenta “un orizzonte imprescindibile di stabilità, sviluppo e coesione”. È scritto nel nostro statuto e scolpito nel cuore di chi crede che fare sindacato non sia solo dire no, restando fermi alle parole d’ordine degli anni ‘70.

Scegliamo e vogliamo l’Europa perché L’Unione resta uno spazio unico di pace e progresso sociale, un progetto di democrazia e diritti che non ha eguali nella storia. E che per questo è sotto attacco.

PIÙ EUROPA PER LAVORO, INDUSTRIA E SVILUPPO
Più Europa, per un sindacato riformista, significa dire che nessun lavoratore italiano sarà più protetto se l’Europa si indebolisce. E’ illusorio pensare di difendere i lavoratori con le sole leggi nazionali. Servono regole europee: tutela della contrattazione collettiva, contrasto allo sfruttamento, una strategia industriale comune, con politiche economiche coordinate per lo sviluppo.
Oggi lo vediamo chiaramente qui sul territorio: il settore manifatturiero reggiano e modenese – fotografia perfetta della situazione italiana – sono in crisi, e questa crisi locale riflette problemi europei e globali.

Gli ultimi dati sono allarmanti: nell’ultimo trimestre di quest’anno la produzione industriale a Reggio Emilia segna un arretramento del fatturato dell’1,2%, una perdita di occupati dell’1,2% e solo il 17% delle imprese ha il segno + nell’export. 

Le filiera dell’automotive modenese e reggiana soffrono, aggredite da cassa integrazione in aumento e dall’assenza di un vera strategia europea per il comparto, che metta in fuori gioco il sottocosto cinese.

Tra le province di Modena e Reggio vive il distretto ceramico più importante d’Europa, la cui capacità di investimento in ricerca e sviluppo è trascinata a fondo dal sistema degli Ets, norma europea che divora miliardi e che va ricalibrata ascoltando questo territorio. Perché se la transizione ecologica diventa dogma e viene scaricata solo sui nostri lavoratori, noi perdiamo due volte: perdiamo il lavoro e perdiamo anche l’ambiente.

Questi numeri ci dicono che abbiamo per le mani una crisi strutturale. Senza misure urgenti rischiamo di trasformare questa debolezza congiunturale in una stagnazione di lungo periodo. E le nostre imprese, lo sappiamo, stanno già lottando tra incertezze e costi in aumento.

DIFESA, UCRAINA E “ULTIMA CHIAMATA” PER L’EUROPA
Non possiamo essere qui senza parlare dell’elefante nella stanza: la difesa.

Dopo decenni di pace, torniamo a investire in armi perché la realtà ci costringe: c’è un’aggressione in corso, c’è un regime – quello russo – che vuole ridisegnare i confini con la forza. Di fronte a questo, non possiamo chiudere gli occhi.

Lo voglio dire chiaramente: investire in difesa oggi è necessario. Perché la pace va protetta. Avevamo rimosso questa verità, persi nella sbornia di 70 anni di pace garantita dalla Nato a trazione americana, e abbiamo potuto destinare dieci volte di più alle spese sociali rispetto a quelle militari.
Ma ora il mondo è più pericoloso. Non è cinismo, è realismo: “La pace, quella vera, si difende. Anche con le armi”. Lo diceva al congresso Cisl  la nostra segretaria generale Daniela Fumarola e io lo ripeto con convinzione.

Quindi, smontiamo questa falsa contrapposizione: difesa contro welfare. Non è o l’una o l’altro. Dobbiamo fare entrambe le cose: rafforzare la difesa comune europea e al tempo stesso continuare a finanziare sanità, scuola e stato sociale. Non permetteremo tagli ingiusti al welfare, ma diciamo anche no a chi strumentalizza il welfare per impedire qualsiasi spesa militare. È retorica miope e purtroppo rischia di fare il gioco di chi vuole un’Europa inerme.
Il destino dell’Europa lo decidiamo noi europei rafforzando la nostra autonomia strategica – militare, industriale, energetica – oppure altri lo decideranno al posto nostro. E no, noi non ci rassegniamo a un’Europa irrilevante.

COMBATTERE LE BUGIE DEL “PICCOLO SOVRANISMO” BIPOPULISTA
Oltre agli assalti esterni, ci sono quelli interni alla nostra casa europea. Mi riferisco al bipopulismo che vende agli italiani ed europei la bugia che, chiudendoci ciascuno nel proprio confine nazionale, torneremo magicamente padroni del nostro destino. Un inganno colossale. Sì, forse saremmo “sovrani a casa nostra”, ma solo sovrani tra le macerie. Perché frammentare l’Europa significa indebolirci tutti di fronte a sfide gigantesche: dalle guerre alle migrazioni, dalla rivoluzione tecnologica alla crisi climatica. La storia ci insegna che la formula “ognuno per sé” in Europa ha prodotto solo conflitti e miseria. Dobbiamo smascherare questa menzogna ad ogni passo, spiegare ai cittadini e ai lavoratori che nessuna nazione europea da sola può garantire sicurezza, crescita e futuro ai propri figli meglio di quanto possiamo farlo insieme come Unione.
Disinformazione, troll farm e propaganda, sono le armi con cui il bipopulismo martella l’opinione pubblica sulla questione ucraina. Dobbiamo contrastare e condannare le retoriche ambigue: c’è una vittima e un aggressore. Non possiamo mettere sullo stesso piano chi bombarda ospedali e chi si difende per sopravvivere. La Russia di oggi è una minaccia diretta alla pace in Europa e la Cisl, senza esitazioni, difende il pieno sostegno dell’Unione alla Resistenza ucraina. 

NON RESTARE INDIETRO NELLA CORSA TECNOLOGICA
Un altro fronte decisivo è la corsa all’intelligenza artificiale e alle nuove tecnologie. Siamo nel pieno di una rivoluzione che cambierà economia e lavoro. Stati Uniti e Cina guidano la corsa, investono cifre enormi, mentre l’Europa rischia di restare indietro.
Già oggi i numeri sono impietosi: nel 2024 negli USA sono stati sviluppati 40 modelli di intelligenza artificiale di rilievo, in Cina 15, e in Europa… appena 3.
Questo gap ci deve far tremare i polsi. Vuol dire che il baricentro dell’innovazione tecnologica si sta spostando fuori dall’Europa.

Chi guiderà l’AI dominerà anche l’economia, avrà industrie più produttive, una difesa più avanzata, controllo sui dati e quindi potere geopolitico. L’AI è la chiave del futuro: influenzerà la crescita economica, i lavori disponibili, la sicurezza nazionale, persino la qualità della democrazia. Se restiamo indietro, diverremo dipendenti tecnologicamente da altri, dovremo importare non solo gas o petrolio, ma perfino algoritmi, brevetti, piattaforme digitali. Saremo colonia digitale di qualcuno. Ce lo possiamo permettere? No di certo.

L’Unione Europea in questi anni ha fatto passi importanti sul fronte normativo, basti pensare al GDPR per la privacy o al recente AI Act per regolamentare l’intelligenza artificiale in modo etico. Questo va bene ma regolamentare non basta se poi a innovare sono solo gli altri. Non vogliamo essere solo i guardiani etici della tecnologia sviluppata altrove. Dobbiamo anche creare la nostra tecnologia. Dobbiamo investire massicciamente in ricerca e sviluppo, trattenere i nostri cervelli e attrarne da fuori. Questo ha predicato Mario Draghi fino ad ora, inascoltato. 

Guardiamo la realtà: gli USA investono decine e decine di miliardi in AI ogni anno (oltre 100 miliardi nel 2024); la Cina ha un piano nazionale per diventare leader mondiale dell’AI entro il 2030. L’Europa non può limitarsi a qualche progetto isolato. Servono fondi comuni veri, servono coalizioni di Stati, università e imprese europee che mettano insieme risorse per competere con i giganti. 

UN’UNIONE PIÙ AGILE, OLTRE I VETI NAZIONALI
Cisl crede che la battaglia per un’Europa più forte e giusta passi per il cambiamento di regole interne che oggi paralizzano l’Unione. Lo dico senza giri di parole: non è più accettabile che un solo Paese possa bloccare scelte importanti per 450 milioni di cittadini. L’Europa non può essere ostaggio di un singolo governo nazionale,  autoritario e ricattatore, che rivendica la piena sintonia con il Cremlino. 

Così non va. L’Unione ha bisogno di essere più agile, più capace di decidere a maggioranza – almeno su materie cruciali come la politica estera, la sicurezza comune, e anche alcune questioni economiche –. Non possiamo permettere che un Orbán qualsiasi tenga in ostaggio l’Europa. Non possiamo più dare a nessuno la chiave per fermare tutto.

La CISL denuncia da tempo questa distorsione e sostiene la necessità di riformare i Trattati in tal senso. Ci rendiamo conto che non è facile, ma la storia chiama: se l’Unione vuole sopravvivere e contare, deve trovare la strada per questa riforma. 

UN PATTO ITALIANO PER L’EUROPA E LE RIFORME
Infine, c’è una cosa molto importante da fare qui in casa nostra, in Italia, dove il vento populista soffia più forte che altrove: costruire un patto forte e unitario anche per l’Europa e per le riforme che parli alla politica, certo, ma anche a noi parti sociali, al mondo dell’impresa, della cultura, dell’informazione. L’Italia deve decidere da che parte stare nella storia che si sta scrivendo. 

Abbiamo bisogno che istituzioni e forze sociali, riescano a fare squadra almeno su alcuni grandi obiettivi comuni: sostenere il processo di integrazione europea, preparare il Paese alle sfide che vengono da questa integrazione, e portare avanti sui territori quelle riforme strutturali che da troppo tempo rinviamo: pubblica amministrazione più efficiente, giustizia più rapida, lotta all’evasione fiscale, investimento su formazione e ricerca, transizione ecologica ed energetica. Queste riforme non sono “compitini” dati da Bruxelles: sono cose che servono all’Italia e alla sua competitività nell’Unione.  

Cose che servono alla vita delle persone, perché l’Europa ha senso solo se migliora la vita delle comunità locali. 

In Emilia-Romagna lo sappiamo bene: molti nostri distretti e comunità sono rinati grazie a fondi e politiche europee (dalla ricostruzione post-terremoto ai progetti di ricerca universitari, dagli scambi Erasmus che hanno formato i nostri giovani alle reti d’impresa sostenute dall’UE). 

CONCLUSIONE: IL SOGNO EUROPEO, LA NOSTRA BATTAGLIA
Abbiamo parlato di attacchi ibridi, industria, difesa, Ucraina, intelligenza artificiale, ruolo del sindacato, riforme europee e italiane. Tutto si tiene in un filo comune: l’idea di Europa che vogliamo. Un’Europa più unita, forte, solidale, capace di proteggere e di dare opportunità. Un’Europa orgogliosa dei suoi valori di libertà, democrazia, giustizia sociale, pronta a difenderli in un mondo difficile.

Questa idea non è utopia. È nelle nostre mani, se avremo coraggio. L’alternativa è il declino, l’irrilevanza, il ritorno di fantasmi che credevamo sepolti. L’Unione Europea non è un incidente della storia: è una scelta di civiltà, il sogno concreto di generazioni che hanno posto fine a secoli di sangue e divisioni.

Tocca a noi oggi avere il coraggio della coerenza verso quei valori e quel sogno europeo. L’Europa siamo noi – qui a Reggio Emilia lo diciamo a voce alta – e allora rimbocchiamoci le maniche: difendiamola, cambiamola, rendiamola ogni giorno più vicina ai nostri ideali. È la battaglia del nostro tempo. Insieme, uniti, possiamo vincerla. L’Europa o sarà potenza di valori – dignità del lavoro, giustizia sociale, partecipazione – e potenza industriale e militare capace di giocare alla pari nel mondo, o non sarà affatto. 

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