28 LUGLIO 1943, L’ECCIDIO DELLE OFFICINE REGGIANE. “REGGIO EMILIA CITTA’ DELL’INTELLIGENZA COLLETTIVA, DEL LAVORO E DELLA LIBERTA’”. IL DISCORSO PRONUNCIATO DA ROSAMARIA PAPALEO, SEGRETARIA GENERALE CISL EMILIA CENTRALE

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28 luglio 1943.

Tre giorni prima il dittatore fascista è caduto nella polvere, trascinando con sé venti lunghi anni di violenza, omicidi, odio feroce contro il Sindacato e tutto il caravan serraglio di chiacchiere, balle e distintivi che avevano messo radici nel Paese. 

Cerchiamo di capire bene l’aria che si respirava in quei giorni. Un’aria di libertà, di catene finalmente spezzate.

Un’aria che riempiva i polmoni e faceva ben sperare sul fatto che il controllo del presente e quindi del futuro fosse ritornato nelle mani delle persone. 

Si azzerano le differenze: chi è stato schiacciato e perseguitato dal tallone del regime, chi ha dovuto chinare il capo e chi, invece, non lo ha mai fatto credono per un attimo che la detronizzazione del dittatore apra una fase nuova.

Una fase tutta da riempire di contenuti, di idee, senza dubbio pericolosa e incerta. Ma pur sempre nuova, perché Mussolini non c’è più, gli americani sono sbarcati in Sicilia il 9 luglio precedente e quel che resta del Regio Esercito di obbligati alla leva non ne ha più per combattere e morire per un regime farsesco.

E’ così anche a Casa Cervi, a Campegine, dove col poco che c’è Alcide, Genoveffa e i loro figli organizzano per tutti pasta fatta in casa, burro e parmigiano. 

Fermiamoci un attimo. pensiamo. 

 



Probabilmente era questa miscela di libertà, paura e senso dell’incognito – per il quale le cose avrebbero potuto funzionare meglio – la benzina che accendeva la testa e il cuore degli operai che quel 28 luglio di 81 anni fa erano decisi a fermare il lavoro e a sfilare per chiedere la fine della guerra. 

La guerra nella quale il fascismo aveva infilato il Paese con argomenti demenziali – ancora oggi è un’offesa definirli real politik –, procurando morte, dolore e danni incalcolabili.

Il mio sindacato ha la sede poco distante da qui e da qui passo ogni giorno.
Penso spesso a quanti figli, fratelli, parenti degli operai delle Officine meccaniche Reggiane furono risucchiati nel gorgo della guerra, senza più tornare a casa, annegati nelle rotte verso l’Africa orientale italiana, congelati nei balcani e sterminati sul Don.

Una guerra entrata nella pelle delle persone, che ora si poteva non solo contestare apertamente ma provare a bloccare, chiudendo una volta per tutte i conti con l’eredità orrenda del regime.

Lo sciopero, il rifiuto di rientrare al lavoro.
Le urla. Gli ordini dei militari. L’odore del caos, della paura e dell’adrenalina è ancora qui. Come avesse viaggiato con la macchina del tempo.
E poi le pallottole.

 

50 feriti. 

 

L’eccidio. 


9 morti a terra. Tra di loro Domenica Secchi, incinta

 

E con Domenica: 

Antonio Artioli

Vincenzo Bellocchi

Eugenio Fava

Nello Ferretti

Armando Grisendi

Gino Menozzi

Osvaldo Notari

Angelo Tanzi

 

Vi chiedo di liberare per loro un pensiero e, se lo vorrete, un applauso purché nasca dal cuore e dalla consapevolezza di quanto dobbiamo al sacrificio di questi lavoratori. 

 

Qui a Reggio si infranse forse per la prima volta l’illusione che correva nel Paese di aver fermato il mostro, la speranza di riempire il vuoto di potere in modo tutto sommato semplice.

Mussolini era prigioniero, ma la Monarchia nana e miope che si era accomodata sul tappeto nero del fascismo, spalancando le porte al lestofante di Predappio, manteneva il dito sul grilletto di fucili e mitragliatrici. 

Da Reggio, soprattutto da Reggio in poi, fu chiaro che la libertà vera sarebbe arrivata col sacrificio e col sangue. E l’occupazione nazista avrebbe trasformato la certezza in Resistenza armata, riscatto, dignità costituzionale e repubblicana.

Credo che non si possa parlare di questa vicenda in modo asettico, senza tentare di cogliere cosa avesse messo in moto gli ingranaggi della grande storia e perché Reggio si trovasse al centro di questi fatti. 

E’ l’unico modo che abbiamo per togliere la polvere dell’oblio da un fatto che ha segnato la storia della comunità e quella d’Italia ma che si allontana sempre più, generazione dopo generazione, dalla memoria delle persone.

Quindi, il nostro compito non è quello di radunarci qui per celebrare un rito stanco, un dovere d’ufficio.

Siamo qui per continuare ad alimentare il patto che Reggio ha fatto con la libertà.

 



Reggio, la città dell’intelligenza collettiva, dell’intelligenza e della coscienza operaia, la città che non ha mai considerato troppo lontano un traguardo e mai sacrificabile una battaglia giusta.

Siamo reggiani, siamo figli di questa storia, custodi del suo messaggio e artefici della sua innovazione continua. 

Dobbiamo ricordarcelo in questi tempi bui, dove l’io ha messo da parte il noi, dove l’algoritmo sta spingendo fuori dalla scena  la magia del talento collettivo, rappresentando una sfida enorme per la politica, le Istituzioni.

Una sfida enorme soprattutto per la cultura sindacale, abituata a declinare la libertà come conquista collettiva mentre il mondo del lavoro sta ripiegando su una visione dei diritti sagomata sul microcosmo del singolo.

Dobbiamo ricordarci che Reggio è la città della libertà quando nel mondo la democrazia viene aggredita e quella democrazia ci chiede aiuto, sapendo che qui conosciamo il valore generativo della parola Resistenza e rifiutiamo il concetto di resa. 

Dobbiamo ricordarci che Reggio è la città della libertà quando non solo la libertà degli altri ma la nostra stessa libertà viene minacciata, dalla violenza melliflua e silente delle organizzazioni criminali, che non respingeremo ignorandone l’esistenza ma riconoscendo che hanno trovato nel denaro e negli interessi una chiave potente per aprire la porta di questa e di altre Comunità. 

Siamo stati e saremo la città della libertà se avremo sempre con noi il coraggio più grande: quello di non mentire a noi stessi, di non illuderci che un cambiamento in corso possa essere gestito da spettatori, sperando che passi lasciandoci illesi. 

Il 28 luglio 1943 gli operai fecero la loro scelta, sfidando fucili, fiutando il pericolo e il rischio di non tornare a casa. Chiedevano di fermare la guerra e sognavano la pace. La pace giusta. Non quella imposta.

Nel drammatico inverno del ‘44 i partigiani reggiani fecero la loro scelta, mentre i lanci alleati avvenivano col contagocce perché la politica pensava che potessero nascere problemi dalla resistenza. Vedete quanto sia tremendamente attuale la lezione della Storia.

Nel dopoguerra la società civile reggiana ha fatto la sua scelta, costruendo un modello economico e di welfare che ha fatto il giro del mondo.

Ora tocca a noi, tocca alla nostra scelta.

Non abbiamo i moschetti spianati contro ma ancora stentiamo a cogliere il pericolo, altrettanto grande, di un declino che nasce dalla povertà che ritorna, dall’incapacità del lavoro di generare non solo dignità ma coraggio e fiducia.

Ancora stentiamo a cogliere che il Paese e Reggio si sono fermati nelle case delle famiglie che faticano ad arrivare alla fine del mese, nelle case soltanto immaginate da chi non se le può più permettere, mentre fatica con una partita iva che gli è stata imposta o naviga a vista tra un contratto malpagato e l’altro. 

Non vediamo che tutto questo si trasforma in paura e dove c’è paura non ci sono famiglie e non ci sono figli.
Guardate: il crollo demografico è il pericolo più grande, il nemico più letale che è già alle porte e contro il quale non stiamo agendo, mettendo in grave pericolo la tenuta del nostro welfare e quindi dei diritti universali. Sanità e scuola in testa.


Mai come oggi ci sarebbe bisogno di stare insieme e di sindacato, mai come oggi ci sarebbe bisogno di intelligenza collettiva e questo è il compito, la responsabilità enorme che attende la nostra generazione, sospesa tra il ricordo di quello che abbiamo ereditato e il vincolo di lasciare a chi verrà dopo di noi il diritto di potersela giocare, di accendere di nuovo la luce alla fine del tunnel. 

La storia ci ha dato un compito, tocca a noi rispondere sì o no.
Sapendo che prendersi cura delle persone – dei loro diritti e dei loro doveri, prendersi cura dell’ambiente in cui vivono – significa caricarsi nello zaino il totale ripensamento di un sistema economico, di una organizzazione sociale e del modo di costruire relazioni.

Non andremo da nessuna parte dividendo costantemente col machete il mondo in due, buoni contro cattivi. Questa è la stagione in cui servono ponti, ovunque.

Questa è la stagione della consapevolezza sul fatto che ripartiremo insieme o non lo faremo, lasciando che si affermi il “vecchio ordine fondato sul privilegio e sull’ingiustizia”, denunciato da Enrico Berlinguer.

Il mondo di chi dà lavoro deve riconoscere al mondo di chi lavora il rango di interlocutore essenziale per il cambiamento strutturale del Paese.

Il mondo delle imprese deve comprendere che siamo tutti sulla stessa barca e, se davvero esiste e ha un senso il concetto di responsabilità sociale, è giunto il tempo che questa teoria, finora declamata nei convegni, si trasformi FINO IN FONDO in realtà contrattuali, in salari adeguati, in sicurezza nei cantieri dove gli operai cadono come mosche.

Non è civiltà, anzi è la negazione di ogni valore espresso dal 28 luglio, permettere che ancora oggi, dopo 81 anni, la prima causa di morte in edilizia sia la caduta nel vuoto. 


La responsabilità sociale, allora, si traduca in misure di welfare che permettano di accompagnare la vita e i progetti di vita delle persone e delle famiglie, contribuendo a sostenere in modo sussidiario la mano pubblica e lasciando che questa diventi davvero scudo per i più fragili. 

Direte che sono una ingenua, direte che sono una sindacalista visionaria. Direte che al punto in cui siamo il cambiamento dovrà seguire un’altra via maestra.

Quello che so è che sono arrivata in questa città ormai 16 anni fa e qui ho conosciuto una cultura del lavoro, della mediazione e della contrattazione come mai avevo conosciuto prima.

Qui sono stata accolta, qui mi sono sentita subito a casa e so, sono certa, che il cambiamento possa partire proprio da qui, da Reggio Emilia, la città della libertà e del lavoro.

La città che non dimentica le sue radici e il suo posto nella Storia. 

 

 

 

 

 

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