La campanella a scuola è suonata il 15 settembre, anticipata da polemiche di fuoco per i ritardi nell’assegnazione dei docenti e del personale Ata; per il massiccio utilizzo di precari cui, ancora una volta, lo Stato chiede di salvare la scuola pubblica.
Cinque giorni dopo è arrivata la nuova legge per la Montagna con un mini sconto fiscale per convincere i docenti e gli Ata, soprattutto loro, quelli precari, ad accettare incarichi lontanissimi da casa.
E’ una novità che inizia a correre di chat in chat, di incontro in incontro. Ma cosa c’è di concreto?
Secondo Cisl Scuola Emilia Centrale, il suo leader Carmelo Randazzo e il segretario aggiunto Ciro Fiore “è un nuovo gioco di prestigio sulla pelle della scuola: lo Stato ha messo sul tavolo, tenetevi forte, 2.500 euro di incentivo per tutti i docenti e il personale Ata che accetteranno di andare a lavorare nelle terre alte. Circa 207 euro al mese ma a una condizione: questi soldi non arriveranno in busta paga, non saranno nemmeno un rimborso per il carburante ma… un credito d’imposta. Se vuoi l’incentivo devi affittare una casa nel comune montano dove sei stato assegnato. O accendere un mutuo. Secondo voi, quale precario si indebiterebbe con le banche o affitterebbe un appartamento avendo in mano un contratto di un solo anno scolastico?”.
Appunto: vediamoli i numeri dei precari della scuola in servizio in Montagna. Sono 195 quelli catapultati con un contratto di un anno nei principali comuni montani della provincia modenese (dalle scuole dell’infanzia alle superiori di Pavullo), altri 153 sono quelli in servizio nelle terre alte reggiane, superiori comprese. Gli Ata precari ammontano a 111 unità, 61 nella montagna reggiana e 76 in quella modenese.
Il sindacato stronca l’operazione del mini incentivo indicando tre punti essenziali.
Punto primo: “il vantaggio fiscale promesso è insufficiente per il personale di ruolo, ed è l’ennesima presa in giro per i precari”, attacca Randazzo. La nuova legge offre un punteggio aggiuntivo per chi accetta la montagna, ben sapendo che chi è precario da una vita potrebbe tentare di tutto per uscire da questo dramma. Ma di che punteggi parliamo? “Non si sa, è tutto campato per aria. Così come manca il decreto che stabilisca chi è o non è comune montano”, evidenzia il sindacalista.
Intanto, la gran parte dei professionisti che opera in montagna abita in provincia e si sta spostando con la propria auto, dato che è praticamente impossibile lavorare nella scuola di periferia e poter contare sui mezzi pubblici. “Il legislatore non viene incontro a chi brucia ⅓ o più del suo stipendio in carburante. Eppure stiamo registrando casi di docenti precari che percorrono anche più di 100 km al giorno, pur di lavorare”, svela Randazzo.
“SEI PRECARIO? SACRIFICA LA FAMIGLIA”
E qui scatta il secondo, brutto, problema. Per accedere al beneficio fiscale previsto, un docente precario dovrebbe trasferire tutta la famiglia in una casa in quota, oppure vivere come un eremita lontano da affetti e figli, cinque giorni su sette. “È un modello che non sostiene la natalità, non aiuta le famiglie dei giovani lavoratori della scuola – prosegue Ciro Fiore –, non radica comunità educanti ma produce ulteriore precarietà di vita e di scuola”
Terzo problema: per pagare l’incentivo fiscale sono previsti 20 milioni di euro in tutt’Italia, non ancora assegnati perché mancano i decreti attuativi. Supponiamo che i soldi arrivino domani mattina, lo stesso il giudizio di Cisl Scuola Emilia Centrale non cambia. “Non è con 20 milioni, del tutto insufficienti, che si costruisce un progetto serio per la scuola in Montagna. Quelle risorse sarebbero state utilizzate meglio inserendole nel contratto nazionale, in discussione dalla prossima settimana. Ad esempio come indennità di sede disagiata, certa, semplice e spendibile davvero da tutti i docenti e gli Ata. Mettere le risorse in busta paga significa dare un segnale chiaro, riconoscere il disagio e trattenere il personale – conclude Fiore –, inseguire i crediti fiscali significa alimentare disparità e frustrazione, favorendo, per giunta, il rischio di una speculazione sul costo degli affitti. Se lo Stato crede nei docenti, deve dare loro una visione strutturale, facendo sentire il suo peso”.