“SERVE UN PATTO SOCIALE PER L’ABITARE, NON SOLO PER SOPRAVVIVERE. ORA IL DIRITTO ALLA CASA IN COSTITUZIONE”

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Oltre 220 persone al consiglio generale Cisl riunito a Carpi.
L’assessore regionale Paglia annuncia: “Oltre mille famiglie avranno una casa in autunno”

Modena, 9 luglio 2026 – “Prendiamo in mano la crisi abitativa, trasformiamola in contrattazione, legandola al lavoro, al welfare, alla demografia, alla dignità delle persone. Perché la casa non è quattro mura, ma la possibilità di stare al mondo senza sentirsi in affitto anche nella propria vita”.

Così Rosamaria Papaleo, leader Cisl Emilia Centrale, l’8 luglio scorso ha alzato lo scudo per la classe media al consiglio generale presso l’auditorium della Biblioteca Loria di Carpi, aperto dall’assessora Tamara Calzolari e con i vicesindaci con delega alla Casa di Modena (Francesca Maletti) e Reggio (Lanfranco De Franco). Dopo decenni in cui la casa è stata trattata come fatto privato, ora Cisl chiede una scelta politica: non più emergenze Comune per Comune, ma una strategia territoriale con istituzioni, sindacati, proprietari, imprese e costruttori.

“Oggi il dramma della casa minaccia chi lavora – ha detto Papaleo –. Ci sono famiglie troppo ricche per essere aiutate e troppo povere per farcela da sole. Per questo la casa è la quintessenza del Patto sociale, che chiediamo anche a Modena e Reggio non per diluire le responsabilità, ma per organizzarle”.

Martella sullo stesso concetto Filippo Pieri, numero uno di Cisl Emilia-Romagna: “Il problema della casa investe l’intero sistema economico e produttivo. Cisl lo porta nel Patto sociale nazionale e lo ha potenziato nel nuovo Patto regionale per il lavoro e per il clima” che il sindacato attende alla firma.

Al territorio Papaleo chiede di dire come e dove realizzare alloggi a canone calmierato per la classe media. Da qui la task force per mappare patrimonio pubblico inutilizzato, costruire vera Ers, intercettare risorse e guardare dentro il Piano casa nazionale.

Un Piano con “titoli buoni ma un brutto svolgimento”, secondo l’assessore regionale alla Casa Giovanni Paglia: pochi fondi e metodo che ha bypassato Regioni e Comuni. Si riparte dal territorio e Paglia condivide l’invito Cisl a un’alleanza sulla casa, perché “se i redditi crescono del 10 per cento e i canoni del 30 e oltre, cambia l’equilibrio sociale e demografico dei territori”.

Una risposta forte c’è: il piano regionale da 300 milioni per recuperare 3.500 alloggi popolari bloccati e riconsegnarli alla classe media con canoni calmierati. “Le prime 1.100 famiglie avranno accesso agli alloggi a partire dall’autunno”, annuncia Paglia. Una macchina che si muove sulle gambe di Acer, l’agenzia casa regionale, che Papaleo ha chiesto di potenziare per aumentare innovazione, competitività e velocità.

Dal Sicet, Eugenia Cella scandisce che “è il momento di inserire il diritto alla casa in Costituzione”,  l’abitare oggi è “la cenerentola del welfare”. La svolta passa dal mix dal tra rilancio del fondo affitto, fondo morosità incolpevole, accordi territoriali innovativi sul modello di Modena e fisco che tuteli la casa: “Non condivido che gli affitti brevi godano della cedolare secca come chi affitta a canone concordato”. Francesco Lamandini, presidente Asppi Modena e Asppi Emilia-Romagna, porta la voce dei piccoli proprietari: senza garanzie, tenere vuoto un appartamento diventa “una reazione di difesa”. Davide Torrini, direttore Confapi Aniem Emilia, fotografa i costi esplosi nelle costruzioni e i limiti di un Piano casa che non parla ai costruttori locali.

Marco Marcatili, presidente Fondazione B.live, ex Nomisma e tra i tecnici dell’imminente libro verde Cisl: “Quando lasciamo fare al mercato, il mercato si organizza. Allora, per un abitare accessibile serve l’intervento pubblico”. Per Marcatili “siamo diventati esperti nel produrre case, ma non abbiamo prodotto abitare”: i giovani non scelgono metri quadrati, ma “metri quadrati di vita”. La strada? Recuperare l’inutilizzato e welfare di comunità. Le esperienze di Sandro Bolognesi per Snatt e Daniela Marcellusi (Campani Group) mostrano che casa, lavoro e studentati possono diventare innovazione sociale.

 

Il discorso della Segretaria Generale Rosamaria Papaleo:

Una casa non è soltanto il luogo in cui si dorme. Una casa è il punto da cui una persona prova a stare in piedi nel mondo.

È il posto da cui si parte per andare al lavoro, ma anche quello in cui si torna quando il lavoro è finito e si dovrebbe poter respirare. È il luogo in cui una famiglia immagina un figlio, in cui un giovane decide se restare o andare via, in cui un anziano può continuare a sentirsi parte della propria comunità, in cui una donna non dovrebbe essere costretta a scegliere tra maternità, lavoro, cura e rinuncia.

E allora il titolo che abbiamo scelto per questo Consiglio generale non è una bella frase da locandina. È una domanda politica, sociale, umana.

Abitare, non sopravvivere.

Perché oggi, per troppe persone, la casa non è più il luogo della sicurezza. È diventata una prova di resistenza che divora il reddito. È diventata un ostacolo tra il lavoro e la vita, tra il desiderio di mettere al mondo un figlio e il bagno di realtà dei conti a fine mese, tra il bisogno di restare in una comunità e l’obbligo di spingersi sempre più lontano per trovare qualcosa che assomigli a un affitto sostenibile.

Noi oggi siamo qui per dire che tutto questo non è normale e non basta più raccontarlo come se fosse una fatalità.

Ringrazio tutte e tutti voi per essere qui. Ringrazio il nostro Consiglio generale, le categorie, i servizi, il Sicet, chi ogni giorno, nelle sedi della Cisl, vede arrivare persone che non chiedono privilegi, ma dignità. Persone che fanno sempre più fatica a trovare una casa compatibile con il proprio reddito.

Ringrazio l’assessora del Comune di Carpi, Tamara Calzolari, per aver portato i saluti della città e per il suo messaggio, ricco di quella passione civile e sindacale che ricordo bene: Tamara era nella segreteria Cgil di Modena e con lei è stato un piacere condividere un pezzo di cammino.

Ringrazio Filippo Pieri, segretario generale della Cisl Emilia-Romagna, perché la Cisl regionale sta tenendo insieme con forza casa, lavoro, contrattazione, attrattività dei territori e Patto sociale.

Ringrazio Giovanni Paglia, assessore regionale alle Politiche abitative, perché oggi abbiamo bisogno di una Regione che continui ad investire con le risorse e sulla capacità di lavorare in rete: coordinando, accompagnando, ma anche chiedendo ai territori di correre, di essere pronti, di non arrivare tardi davanti alle occasioni che si aprono.

Ringrazio tutti gli ospiti della tavola rotonda e chi porterà storie di impegno reale. La loro presenza dimostra una cosa importante: la risposta all’emergenza abitativa non si costruisce con le invocazioni, ma con competenze diverse che sanno incontrarsi per costruire responsabilità, investimenti, regole, alleanze.

E ringrazio Pier Paolo Pedriali di Trc Modena, che accompagnerà la tavola rotonda. Anche raccontare bene questa emergenza è parte della soluzione. Perché se la casa resta un problema privato, vince la solitudine. Se diventa racconto pubblico, può diventare scelta di comunità.

Parto da una famiglia. Una famiglia normale. Due persone che lavorano, magari entrambe con contratti stabili. Come riferimento prendiamo il reddito netto medio familiare stimato dall’Istat per il 2024: 39.501 euro l’anno, circa 3.290 euro al mese. Non parliamo di povertà assoluta. Non parliamo di marginalità. Parliamo di quella fascia che per anni abbiamo chiamato classe media e che oggi rischia di essere esclusa dalle misure di protezione sociale e di restare da sola di fronte al mercato.

Se questa famiglia cerca una casa da 80-85 metri quadrati, nei principali centri delle nostre province si trova davanti a numeri che raccontano molto meglio di tante parole la nuova questione sociale. A Modena città, dove gli affitti medi sono attorno ai 12,5 euro al metro quadrato al mese, un alloggio da 85 metri quadrati costa circa 12.700 euro l’anno: si sfiora il 40 per cento del reddito. A Formigine siamo praticamente sullo stesso livello, con affitti attorno ai 12,36 euro al metro quadrato, cioè circa 12.600 euro l’anno. A Carpi e Sassuolo siamo intorno ai 10,4 euro al metro quadrato, quindi oltre 10.500 euro l’anno per un alloggio ordinario: più di un quarto del reddito familiare, prima ancora di condominio, utenze, trasporti, nido, spesa e imprevisti.

Nel Reggiano, Reggio Emilia città viaggia attorno ai 10,2 euro al metro quadrato al mese: per 85 metri quadrati significa circa 10.400 euro l’anno, cioè si sfiora il 30 per cento del reddito netto medio familiare Istat. A Scandiano il canone medio degli appartamenti è attorno ai 9,7 euro al metro quadrato, quindi circa 9.900 euro l’anno, un quarto del reddito familiare. A Correggio siamo sui 9,3 euro al metro quadrato, circa 9.500 euro l’anno. A Casalgrande il dato scende a 8,4 euro al metro quadrato, ma significa comunque oltre 8.500 euro l’anno. Sono valori più bassi rispetto a Modena, ma restano abbastanza pesanti da incidere sulle scelte di vita di una famiglia, soprattutto quando al canone si sommano trasporti, auto, bollette, servizi educativi e tempi di conciliazione.

E se quella stessa famiglia prova a comprare, il muro diventa un K2 da scalare. A Modena città un appartamento da 85 metri quadrati supera facilmente i 200 mila euro; a Formigine può andare anche oltre. A Reggio Emilia, in media comunale, un alloggio da 85 metri quadrati si colloca attorno ai 180 mila euro, ma nel centro storico si sale più vicino ai 190-200 mila euro. Anche di più per immobili ristrutturati, con ascensore, garage o in contesti di maggiore qualità. A Scandiano una casa da 85 metri quadrati può valere indicativamente oltre 186 mila euro, a Correggio circa 150 mila, a Casalgrande più di 170 mila. Sono stime medie, ordini di grandezza sufficienti a dire una cosa: per una casa normale servono spesso quattro, cinque, sei anni di reddito netto familiare intero. Prima del mutuo. Prima degli interessi. Prima delle spese. Prima della vita.

E allora domandiamoci: dopo l’affitto o il mutuo, dopo la spesa, dopo le bollette, dopo una o due auto spesso indispensabili per raggiungere il lavoro, dopo il costo del nido e comunque il mantenimento di un figlio a scuola, che cosa resta? Che spazio resta per una famiglia? Che spazio resta per costruire un progetto? Che spazio resta per non vivere ogni mese con l’acqua alla gola?

Amici, vedete, qui c’è il punto politico: la casa non sta colpendo solo chi è già povero. Sta aggredendo il cuore della società che lavora.

Sta colpendo lavoratori fuori sede, giovani coppie, genitori separati, famiglie monoreddito, persone impiegate nei servizi pubblici essenziali, insegnanti, infermieri, operatori sociali, lavoratori della logistica, operai specializzati, impiegati. Persone che hanno un lavoro, ma non sempre hanno più una vita sostenibile attorno al lavoro.

Questa è una frattura nuova.
Negli anni Settanta, quando decollavano molte delle grandi esperienze legate all’edilizia pubblica, il welfare nasceva in un Paese diverso: più giovane, con famiglie più larghe, con reti parentali più solide, con un lavoro spesso più stabile e con una distinzione più netta tra chi era fragile e chi invece si sentiva protetto da un reddito, da una casa, da una comunità.

Oggi quella distinzione è saltata. Oggi la fragilità attraversa pezzi enormi della società. Non riguarda soltanto chi non lavora. Riguarda anche chi lavora. Non riguarda soltanto chi sta ai margini. Riguarda anche chi sta nel cuore della produzione, dei servizi, della cura, della scuola, della sanità.

È questa la nuova questione sociale: essere troppo ricchi per essere aiutati e troppo poveri per farcela da soli.

Un sindacato moderno e riformista deve stare esattamente qui. Non ai margini di questa contraddizione, ma dentro. Perché un sindacato riformista non è quello che si limita a denunciare il problema quando ormai è esploso. Non è quello che si accontenta della moral suasion, delle buone intenzioni, dei comunicati. Un sindacato riformista studia, misura, propone, contratta, mette insieme interessi diversi, costruisce ponti tra mondi che spesso non si parlano.

Difende chi è fragile, certo. Ma capisce anche quando la fragilità cambia forma e comincia a mordere la vita di chi fino a ieri pensava di potercela fare da solo.

Per questo, da tre anni, come Cisl Emilia Centrale e come Sicet, abbiamo scelto di sporcarci le mani chiedendo, studiando e proponendo di governare il problema con una strategia territoriale.

A Modena vediamo una cosa importante. Il canone concordato non è più una nicchia. Non è più soltanto una misura percepita come paracadute sociale. Ciò anche grazie ad un significativo lavoro di squadra, nel quale l’assessora Francesca Maletti si è fatta carico di favorire strumenti di dialogo e incontro tra le parti. Nel 2025, nel capoluogo, spiega il Sole 24 Ore che il 55 per cento dei contratti depositati è stato a canone concordato: circa 3.200 nuovi contratti, il 69 per cento in più rispetto al 2023. In provincia, in città come Carpi, Sassuolo e Castelfranco, il canone concordato sfiora il 70 per cento. Questo ci dice che quando gli strumenti sono aggiornati, quando la fiscalità viene orientata verso una funzione sociale, quando il proprietario trova una convenienza e l’inquilino trova un canone più sostenibile, il mercato può cambiare pelle.

Non significa che il problema sia risolto. Sarebbe ingenuo dirlo. Però significa che una leva esiste. E se una leva esiste, la politica in tutto il territorio ha il dovere di usarla meglio, di estenderla, di renderla più efficace, di accompagnarla con scelte fiscali coerenti. Per questo il Sicet ha chiesto alla comunità dei sindaci modenesi di ragionare su una riduzione Imu per chi affitta a canone concordato. Non è un regalo ai proprietari. È politica abitativa. È usare la leva fiscale per orientare il mercato verso un interesse sociale.

A Reggio Emilia la discussione è più delicata, e proprio per questo va affrontata con serietà e senza caricature. Abbiamo accordi territoriali vecchi di 22 anni in provincia e non rinnovati nel capoluogo dal 2020.
Ringrazio il vicesindaco De Franco, oggi qui presente, rinnovandogli la disponibilità a ragionare insieme e per davvero su quel canone concordato che a Reggio pesa molto – circa il 52-53 per cento – ma che è di soli sette punti percentuali inferiore ai contratti sul libero mercato. Il punto non è, quindi, solo quanti contratti si fanno. Il punto è quanto quei contratti aiutano davvero le famiglie, se il canone concordato resta troppo vicino al libero mercato, se la differenza è debole, se gli accordi non vengono aggiornati, allora una misura nata per calmierare rischia di diventare fiscalmente conveniente per il proprietario ma socialmente insufficiente per l’inquilino.

E allora la domanda non deve essere: chi ha torto e chi ha ragione? La domanda deve essere: abbiamo il coraggio di rimettere mano agli strumenti quando gli strumenti non bastano più?

A Reggio questa discussione va aperta. Con il Comune, con i proprietari, con gli inquilini, con le parti sociali. Non per rompere, non per colpire qualcuno, ma per restituire al canone concordato la sua missione: essere un ponte tra interesse privato e diritto sociale alla casa.

Il punto è questo. Non c’è contraddizione tra riconoscere il ruolo dei proprietari e difendere le famiglie. La buona politica abitativa sta esattamente lì: nel costruire una mediazione più intelligente tra interesse privato e interesse sociale. Al proprietario dobbiamo poter dire: se affitti bene, se metti sul mercato una casa dignitosa, sicura, efficiente, accessibile, la comunità ti riconosce una convenienza. Ma dobbiamo poter dire anche: quella convenienza pubblica deve produrre un beneficio pubblico. Se la fiscalità sostiene una misura, quella misura deve restituire valore sociale. Altrimenti resta solo un vantaggio fiscale. E non basta.

Poi c’è il Piano Casa nazionale. E qui dobbiamo essere molto chiari. Una legge, da sola, non risolve l’emergenza abitativa. Non lo pensiamo e non lo diremo oggi. Le leggi non abitano le case. I titoli di giornale non abbassano gli affitti.

Però una cosa la pensiamo con molta forza: quando arriva uno strumento nazionale che promette almeno di recuperare gli alloggi popolari fermi, di rimettere in circolo patrimonio pubblico inutilizzato per far crescere l’edilizia residenziale sociale, coinvolgendo  anche capitali privati dentro vincoli pubblici, un territorio serio non può limitarsi a dire “vedremo”.

A Modena e a Reggio Emilia entrare nel dettaglio del Piano Casa nazionale è un esercizio necessario. Necessario per capire se porterà davvero vantaggi.
Necessario per capire quali immobili possono essere candidati.
Necessario per capire quali risorse possono essere intercettate.
Necessario per evitare che le nostre province arrivino tardi, quando altri territori avranno già preparato schede, progetti, alleanze, numeri, fabbisogni.

Il Piano Casa nazionale, dunque, non va applaudito a scatola chiusa e non va bocciato per riflesso. Va studiato. Va misurato. Va messo alla prova dei bisogni reali di Modena e Reggio Emilia. Due grandi comunità alle prese con un consistente problema abitativo, che possono svolgere anche una funzione correttiva e di proposta sui meccanismi più discussi o meno fittanti del Piano. Questo è il nostro approccio: riformista, concreto, non ideologico.

Per questo abbiamo proposto una task force territoriale sull’abitare con cinque missioni molto concrete. Non l’ennesimo luogo in cui ci si racconta che il problema è complicato ma un luogo di studio e di analisi territoriale omogenea. Perché, Piano casa o no, imparare a leggere le difficoltà dell’abitare e le soluzioni con un orizzonte largo, non limitato solo ai confini del proprio territorio comunale, è un altro dei grandi cambiamenti che sarebbero necessari.

Il Piano Casa nazionale, va detto con forza, non arriva in un territorio vuoto. Arriva dentro due province che hanno già numeri, bisogni, patrimonio da recuperare e strumenti regionali – come il piano da 300 milioni con fondi Bei e risorse della Regione – che hanno azionato una prima spinta.

A Modena, al 31 dicembre 2024, risultavano 555 alloggi popolari non utilizzabili su 6.196. Acer ha messo in fila 161 interventi, ma restano circa 394 alloggi da rigenerare, oltre a quelli che presentano un quadro di intervento ancora più complesso. A Reggio Emilia, sempre al 31 dicembre 2024, gli alloggi Erp non utilizzabili erano 761 su 4.136. Tra ripristini, bandi regionali e programmi collegati al Piano Casa regionale ne sono stati intercettati, in base ai dati disponibili, oltre 600 669, e se questi interventi andranno a compimento il residuo teorico scenderà a 92 alloggi.

Questi numeri dicono due cose. La prima: il problema è enorme. La seconda: non siamo all’anno zero. E proprio perché non siamo all’anno zero, non possiamo permetterci di arrivare tardi. Chi arriva preparato intercetta risorse. Chi arriva tardi resta fuori.

Il privato serve. Ma serve dentro una regia pubblica, con vincoli sociali chiari, legalità, trasparenza, qualità del lavoro e canoni davvero accessibili. Non dobbiamo avere paura della collaborazione con i privati. Dobbiamo avere paura delle collaborazioni senza regole.

Il nuovo Piano Casa apre a partnership pubblico-private, ma indica paletti: almeno il 70 per cento dell’investimento deve andare ad alloggi convenzionati, in vendita o affitto a prezzi calmierati, e canoni e prezzi devono essere almeno il 33 per cento sotto il mercato; la parte restante può servire a rendere sostenibile l’operazione. È una strada interessante, ma va presidiata. Perché social housing non può diventare una parola elegante per dire rendita immobiliare con un fiocco sociale. Social housing deve voler dire case vere, canoni veri, famiglie vere, vincoli veri.

E qui arriviamo al nodo più profondo. La casa non è solo una questione sociale. È una questione demografica. È una questione fiscale. È una questione di tenuta dei servizi pubblici locali. È una questione di futuro.

Le nostre province oggi reggono anche grazie ai movimenti migratori, interni ed esteri, che compensano una dinamica naturale sempre più fragile. In provincia di Modena, nel 2024, si sono contati 4.803 nati e 7.531 morti: saldo naturale meno 2.728. In provincia di Reggio Emilia il quadro è analogo: saldo naturale negativo, circa meno 1.900 persone, compensato da un saldo migratorio positivo. (provincia.modena.it). Lo stesso trend che si trova in tutti i Comuni.

Se guardiamo gli otto principali Comuni che abbiamo osservato — Modena, Carpi, Sassuolo, Formigine, Reggio Emilia, Scandiano, Correggio e Casalgrande — la fotografia è ancora più chiara: tutti hanno saldo naturale negativo. Nessuno, tra questi centri, si rigenera da solo con le nascite. Modena città è il caso più preoccupante: ha il mercato abitativo più pesante tra quelli osservati, con affitti che per una famiglia media possono superare un terzo del reddito netto, e nel 2024 perde popolazione anche considerando il saldo migratorio: 1.237 nati, 2.108 morti, saldo naturale meno 871. Formigine ha valori immobiliari molto alti e una dinamica demografica fragile. Carpi e Sassuolo reggono grazie ai flussi in entrata, ma il loro saldo naturale è comunque sottozero: meno 179 a Carpi, meno 143 a Sassuolo. (Immobiliare)

Nel Reggiano, Reggio città cresce grazie soprattutto ai movimenti migratori, in particolare dall’estero: il saldo naturale è meno 436, mentre il saldo migratorio con l’estero è più 1.649. Scandiano ha saldo naturale meno 133 e saldo totale positivo per 118 persone; e così via nel resto del territorio.

Allora diciamolo con chiarezza: i nostri Comuni non stanno più in piedi demograficamente grazie alle nascite. Stanno in piedi perché riescono ancora ad attrarre persone. Ma se il costo della casa respinge giovani coppie, lavoratori fuori sede, insegnanti, infermieri, operai specializzati, tecnici, famiglie della classe media, allora non perdiamo solo residenti. Perdiamo contribuenti, bambini, lavoratori, utenti dei servizi, energie civiche. Perdiamo la base materiale che tiene in piedi scuole, nidi, trasporto pubblico, sanità territoriale, servizi sociali, commercio di prossimità.

Una comunità che non dà casa a chi lavora alza un ponte levatoio. Magari non lo dice. Magari non lo vuole. Ma lo fa. E quel ponte levatoio, tra quindici anni – l’orizzonte temporale in base al quale, dicono i numeri della Regione, ci sarà l’esplosione degli over 65 –  lo pagheremo tutti: nella scuola, nella sanità, nella gestione della non autosufficienza, nei bilanci comunali, nella tenuta dei paesi, nella capacità delle imprese di trovare competenze, nella possibilità di mantenere vivi servizi pubblici e servizi di prossimità.

Per questo sostenere l’accesso alla casa è una delle risposte più potenti che possiamo dare al crollo demografico. Non l’unica, certo, ma di sicuro il punto in cui si incontrano, convergono, le politiche salariali, i servizi educativi accessibili, la sanità territoriale, il sostegno alla non autosufficienza.

Lo ripeto: sostenere il progetto di una giovane famiglia è l’investimento migliore che possiamo fare ma quella famiglia non deciderà di avere un figlio leggendo una delibera. Lo deciderà guardando il conto corrente, il contratto di lavoro, l’affitto, il costo del nido, la distanza dal lavoro, la rete familiare, la possibilità di non vivere ogni mese come una corsa a ostacoli.

E oggi troppi giovani guardano tutto questo e fanno un drastico bagno di realismo. Non perché non abbiano sogni. Ma perché i sogni, quando tutto costa troppo, diventano rinunce. O, peggio ancora, quei sogni si realizzano fuori dal nostro Paese.

Ecco perché la casa non è un tema estraneo alla contrattazione. Deve entrarci sempre di più. Dobbiamo spingere sulla contrattazione di secondo livello, sul welfare aziendale, sui premi di produttività, sulle misure che aiutano affitti, mobilità, nidi, conciliazione, lavoratori fuori sede. Dobbiamo chiedere alle imprese di capire che l’attrattività non si fa solo con gli annunci di lavoro. Si fa creando condizioni di vita. La storia che oggi ha portato la Snatt, con centinaia di assunzioni a tempo indeterminato e il varo di una risposta abitativa, è lì a dimostrare che questa strada è possibile.

Dobbiamo chiedere alla bilateralità di diventare più coraggiosa. Dobbiamo chiedere ai Comuni di leggere gli accordi territoriali non come atti tecnici, ma come strumenti di politica sociale. Dobbiamo chiedere alla Regione di continuare a investire, ma anche di pretendere dai territori progettualità mature. Dobbiamo chiedere allo Stato procedure rapide, risorse adeguate e regole che non trasformino il social housing in una rendita travestita da politica pubblica.

E dobbiamo chiedere a noi stessi di non accontentarci.

Perché anche il sindacato deve cambiare passo. Deve stare dove si discutono i piani urbanistici, dove si definiscono gli accordi territoriali, dove si progettano studentati e foresterie, dove si decidono gli investimenti pubblici, deve entrare prima nei meccanismi decisionali, mettere competenza, chiedere numeri, proporre soluzioni, difendere i vincoli sociali, dire sì quando il sì serve a cambiare le cose e dire no quando il no serve a impedire che una misura pubblica venga svuotata della sua funzione sociale.

Questa è la nostra idea di partecipazione – non una enunciazione teorica, ma una scelta operativa che cambia la vita delle persone e della Comunità –, questa è la nostra idea di sindacato moderno. Non un sindacato spettatore. Un sindacato costruttore.

Ed è qui che la casa diventa la quintessenza del Patto sociale. Il Patto sociale è una scelta di metodo e di coraggio. Vuol dire riconoscere che le grandi fratture del nostro tempo non le risolve da solo il Comune, non le risolve da sola la Regione, non le risolve da solo il sindacato, non le risolvono da sole le imprese, non le risolvono da soli i proprietari, non le risolve da solo il mercato, non le risolve da solo lo Stato.

Il Patto sociale non serve a diluire le responsabilità ma ad organizzarle, mettendo nello stesso tavolo chi ha bisogni, chi ha risorse, chi ha competenze, chi ha responsabilità pubbliche, chi può investire, chi può progettare, chi può contrattare, chi può garantire legalità e qualità. Significa lavorare per obiettivi. E l’obiettivo è chiaro: più case accessibili, più affitti sostenibili, più rigenerazione urbana, più welfare territoriale, più attrattività per il lavoro, più futuro per le famiglie.

La casa è il punto in cui si capisce se una comunità vuole davvero governare il futuro o se ha scelto di subirlo.
Oggi da Carpi deve uscire un messaggio chiaro. Ai Comuni diciamo: non aspettate. Costruite una visione provinciale sul fabbisogno di edilizia residenziale sociale. Non basta gestire emergenze una alla volta. Serve una strategia d’ambito, almeno provinciale. Alla Regione diciamo: il Piano da 300 milioni è una leva importante non solo per i numeri ma per aver colto che il recupero dell’Erp e la crescita dell’Ers non siano due mondi separati.
Sono le due gambe della stessa politica abitativa. Da una parte si risponde a chi ha redditi più bassi e aspetta una casa popolare; dall’altra si costruisce una risposta per quella fascia enorme di lavoratori e famiglie che non entra nell’Erp ma viene respinta dal mercato.

Proprio per questo, però, serve anche un salto di qualità degli strumenti pubblici. Quale futuro per il sistema delle Acer? Quali evoluzioni? Perché se chiediamo alle Acer di recuperare alloggi sfitti, gestire patrimoni, accompagnare programmi di rigenerazione, partecipare alla costruzione di nuova edilizia residenziale sociale, allora dobbiamo anche avere la galassia Acer nella condizione ottimale – di competenze, organici e di coordinamento – per liberare capacità progettuale e gestionale, sviluppare più velocità nel recupero degli alloggi e concorrere, con trasparenza sugli obiettivi e i risultati, ad un sistema pubblico più forte, più moderno, più capace di governare alleanze senza perdere la regia sociale.

Ai proprietari diciamo: non siete il nemico. Siete alleati. Ma la rendita sostenuta da risorse pubbliche deve restituire valore sociale. Alle imprese diciamo: se volete lavoratori, se volete competenze, se volete attrarre giovani, la casa è anche un vostro problema. Non un favore. Una condizione di sviluppo.

A noi stessi diciamo: non molliamo questa battaglia, perché è una battaglia profondamente, intimamente sindacale.

C’è una frase nella locandina di oggi: il diritto alla casa è il futuro di tutti.

È vero. Perché la casa non è solo il presente di chi la cerca. È il futuro dei figli che nasceranno o non nasceranno. È il futuro dei lavoratori che resteranno o se ne andranno. È il futuro dei paesi che vivranno o si svuoteranno. È il futuro dei servizi pubblici che reggeranno o entreranno in crisi. È il futuro delle donne che potranno scegliere o dovranno rinunciare. È il futuro di una comunità che decide se aprire porte o alzare ponti levatoi.

Noi scegliamo di aprire porte.

Scegliamo di dire che abitare non può essere un privilegio, perché una casa è luogo di relazioni, dignità, vita.
Questa è la sfida. Non sopravvivere. Abitare.

E se oggi usciremo da qui con un impegno più chiaro, con alleanze più forti, con una proposta più concreta, allora questo Consiglio generale avrà fatto il suo mestiere. Avrà detto che la Cisl Emilia Centrale non guarda la crisi abitativa da lontano. La prende in mano, la porta nei tavoli, la trasforma in contrattazione, la lega al lavoro, al welfare, alla demografia, alla dignità delle persone.

Perché la casa, alla fine, è questo: non quattro mura, ma la possibilità di stare al mondo senza sentirsi in affitto anche nella propria vita.

E noi siamo qui per questo.
Perché nessuno debba più scegliere tra abitare e sopravvivere.

 

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